Dott.ssa Francesca Castellano è Psicologa, Psicodiagnosta, Psicologa Giuridica e Psicoterapeuta

Dott.ssa Francesca Castellano è Psicologa, Psicodiagnosta, Psicologa Giuridica e Psicoterapeuta

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Dott.ssa Francesca Castellano Psicologa - Psicodiagnosta - Psicologa Giuridica - Psicoterapeuta

La Dott.ssa Francesca Castellano è Psicologa, Psicodiagnosta, Psicologa Giuridica e psicoterapeuta cognitivo-comportentale.
Ha maturato esperienze di collaborazione in vari ambiti pubblici, soprattutto psichiatrici ( Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura, Centro di salute mentale), ma anche di sostegno ai malati oncologici (Aimac- Associazione Italiana Malati di Cancro).
Attualmente è socio dell’AIPG (Associazione Italiana di Psicologia Giuridica) e collabora con l’Asl Roma 2 e con l’Associazione di Clinica Cognitiva (A.C.C.)

Si occupa di:

  • consulenza psicologica (individuale adultii
  • psicodiagnosi (Rorschach,MMPI, Disegno della figura umana di Machover, WAIS)
  • psicologia giuridica (consulenze di parte in ambito civile e penale)
  • psicoterapia adulti (individuale) disturbi d’ansia e dell’umore, fobie, gestione del trauma
 

Leggi di più sulla Dott.ssa Francesca Castellano Psicologa, Psicodiagnosta e Psicoteraputa in formazione a Roma

Sono una psicologa laureata in Psicologia Clinica e di Comunità (conseguita presso l’Università Europea di Roma), inscritta all’albo degli psicologi del Lazio dal 2015 (Sez. A n° 20992).


Il mio forte interesse per l’ambito giuridico mi ha portato a svolgere una tesi sulla suggestionabilità del minore, supervisionata dal Prof. Paolo Capri, a svolgere con lui un tirocinio presso l’A.I.P.G (associazione Italiana di Psicologia Giuridica).

Nel 2013 ho conseguito un master in Psicologia Giuridica e Psicopatologia Forense presso la stessa associazione e, nel 2017, un master Biennale in Psicodiagnostica Clinica presso il CEIPA (Centro Studi Psicologia Applicata).

Tutto ciò mi ha portato a completare la mia conoscenza dell’ambito valutativo sia in un contesto giuridico che clinico.

L’interesse per il sostegno dei malati in un contesto sanitario pubblico mi ha portato a collaborare con l’Aimac (Associazione Italiana Malati di Cancro) e a frequentare, in veste di volontaria, il reparto di Oncologia dell’ Ospedale San Filippo Neri.

In questi anni di specializzazione mi sono dedicata all’ambito psichiatrico, frequentando l’SPDC (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) dell’Ospedale San Filippo Neri di Roma e il Centro di Salute Mentale Laurentino 38 (Asl Roma 2).

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I media, ormai all’ordine del giorno, riportano notizie di abusi su minori, perpetuati da padri, patrigni, nonni o altre figure “familiari”, che emergono solo dopo anni e anni in cui  quella tragedia silenziosa ha potuto recare danni permanenti alla vittima. Danni causati sia dall’abuso in sé, sia dal trauma, perché di trauma si tratta, rappresentato dalla negligenza della madre, colei che spesso assiste silenziosa.

Per indicare gli abusi sessuali all’interno della famiglia, viene usato il termine incesto, che indica qualunque tipo di relazione sessuale tra un bambino e un adulto che condividono un legame di parentela, o che vivono insieme (Goodwin, 1985).

Il contesto familiare negli abusi intrafamiliari

Quali sono le caratteristiche e le  dinamiche che entrano in gioco nell’abuso intrafamiliare?

Possiamo individuare delle fasi specifiche dell’incesto, da quando inizia a quando viene scoperto:  

  1. fase dell’adescamento: il genitore abusante crea le condizioni necessarie alla messa in atto dell’abuso, instaurando con la vittima un rapporto privilegiato, e preparando situazioni di isolamento dal resto della famiglia;
  2. fase dell’interazione sessuale: la vittima viene sempre più coinvolta in attività sessuali, da forme poco intrusive fino al rapporto sessuale completo;
  3. fase del segreto: il bambino viene costretto a mantenere il segreto, attraverso minacce di violenza, di perdere l’affetto dei genitori, di non essere creduto, sollecitando sentimenti di colpa e vergogna;
  4. fase dello svelamento: quando l’incesto viene alla luce, le reazioni dei familiari possono essere ambigue e contraddittorie, capita di frequente che proprio loro si oppongano alla verità, negandola, minimizzando l’accaduto o accusando la vittima di voler disgregare la famiglia.

Il terreno entro il quale attecchisce questo tipo di condotta è quello rappresentato da una famiglia dai confini rigidi e chiusi, in cui i ruoli stessi sono rigidi e predeterminati per cui i vari componenti non hanno un ruolo equilibrato, ma colui che detiene il potere è il padre, che gestisce i livelli inferiori tenendo la moglie e i figli come suoi sottomessi.

Proprio in questo tipo di famiglie spesso avviene l’incesto,  contesti in cui di solito i genitori sono distanti e non riescono a empatizzare con i figli e in cui la vita matrimoniale è infelice o totalmente assente, dunque l’incesto paradossalmente diventa una sorta di soluzione al dilemma familiare.

In queste famiglie in cui si vuole evitare il conflitto, la madre è affettivamente distante dai figli, i genitori colludono riguardo all’abuso e dunque il padre diventa dipendente dalla madre a livello emotivo proprio per l’esistenza di questa collusione. La donna quindi tiene saldamente legato il partner al contesto familiare e, in qualche modo, a sé stessa, impedendo così la risoluzione del conflitto.

La coppia abusante

Bisogna, a questo punto, riuscire a focalizzare la personalità di questa madre, come si manifesta nel contesto dell’abuso intrafamiliare e come si intreccia con quella del partner direttamente abusante. Indicativo è il fatto che si utilizzi la dicitura “famiglia abusante”, già questo indica una diretta responsabilità di entrambi i membri della coppia.

Diversi studi parlano proprio di tipologie di personalità, materna e paterna, che s’intrecciano a creare un contesto abusante:

PERSONALITÀ PATERNA

 I TIPOLOGIA

  • rigido, autoritario, violento
  • inibente la vita sociale ed affettiva esterna dei figli
  • insensibile ai sentimenti e bisogni degli altri

 

 II TIPOLOGIA 

  • dipendente e succube della moglie
  • disoccupato
  • inversione dei ruoli coniugali

 

PERSONALITÀ MATERNA 

I TIPOLOGIA

  • passiva, succube, vittima di maltrattamenti
  • rifiutata dalla famiglia di origine
  • esperienze incestuose

 

II TIPOLOGIA 

  • autoritaria e centrale economicamente
  • rifiutante la propria famiglia
  • molto impegnata nella scalata sociale per cui perde il ruolo genitoriale e coniugale, delegandoli alla figlia

 

Nel primo caso, la madre, essendo una figura assente, marginale, collude perfettamente col partner della prima tipologia e, col suo atteggiamento, aiuta e rinforza il suo comportamento, evitando di affrontarlo e facendo finta di niente per tenere unita a tutti i costi la famiglia.

Nel secondo caso l’uomo, essendo apparentemente succube e passivo, innesca una particolare dinamica familiare per cui ricerca accudimento e compatimento dai figli, tutto questo inizia con semplici scambi di affettuosità per degenerare sempre di più in giochi erotici. In questo caso si innesca probabilmente la dinamica di rovesciamento di ruoli tra madre e figlia, quest’ultima infatti, in qualche modo sopperisce, sostituisce una figura materna fredda e distante anche col partner. Ricorre nelle testimonianze delle figlie abusate, la strana assenza della madre in entrambi i ruoli, sia quello di sposa che quello di madre.

S’innesca così una sorta di circolo vizioso poiché la figlia viene caricata di responsabilità a cui non può sottrarsi, pena la perdita dell’affetto dei genitori di cui lei, da bambina, non può fare a meno. Questo circolo viene etichettato come “terrorismo della sofferenza”, caratterizzato dalla tendenza  a riversare sui figli qualsiasi tipo di disordine interno alla famiglia.

Il silenzio della madre in caso di abusi

Uno dei fattori che porta a peggiorare la situazione del minore abusato è il silenzio, il tacere che il fatto sia avvenuto e che si protragga nel tempo. Questa situazione si verifica nella maggior parte dei casi, ed è proprio questo che rende difficilmente individuabile anche se l’abuso ci sia stato o meno. Tutto questo innescato dal fatto che non solo ci sia la cura di non essere scoperto da parte dell’autore, ma dalla presenza di un vero e proprio ottundimento psichico, non solo da parte della vittima, ma anche dagli altri attori della scena, in particolare l’altro adulto potenzialmente protettivo, la madre, al fine di poter produrre meccanismi di adattamento sufficienti a convivere con l'abuso e a preservare la propria persona e le relazioni importanti dalla catastrofe che si suppone inevitabile una volta che i fatti dovessero venire alla luce.

Tutto questo nasce dal nucleo di una coppia perversa, ma questa coppia è nata perché due persone complementari si sono inevitabilmente incontrate, oppure qualcosa che si attiva nello specifico incontro lì ha fatti diventare così?

Direi che un soggetto perverso, di qualsiasi tipo egli sia, trova terreno fertile nella relazione con una madre spaventata, e probabilmente essa stessa abusata, che dunque, nel contesto, diventa sua vera e propria complice, seppur passiva.

Le fondamenta di tutto ciò sono costituite da un silenzio che assume, a questo punto, connotazioni di assenso. Questo silenzio è però pesante e assai rumoroso, schiaccia la figlia vittima di abuso che, sostituendosi alla madre come moglie e come figura accudente, cerca di proteggerla dal dolore che proverebbe se tutto fosse svelato.

Aprire il vaso di Pandora significherebbe dare un dolore a questa madre, che però non si preoccupa del dolore di sua figlia, un circolo vizioso senza soluzione di continuità.

Cos’è il Mobbing?

Il termine mobbing  indica un insieme di comportamenti aggressivi, di natura psicofisica e verbale, esercitati da un gruppo di persone nei confronti di altri soggetti. Questo tipo di comportamento è stato studiato persino in etologia, per cui non avviene di rado, sia nel mondo animale che umano, che un gruppo, nello stesso ambiente, si coalizzi per mettere in difficoltà un singolo.

Il primo a parlare di questo fenomeno in ambito lavorativo fu lo psicologo tedesco Leyman, il quale lo definì come “terrore psicologico  che consiste in messaggi ostili e moralmente scorretti, diretti sistematicamente da uno o più individui verso un solo individuo, il quale a causa del perpetuarsi di tali azioni viene posto e mantenuto in una condizione di impotenza e incapacità di difendersi. Le azioni di mobbing si verificano molto frequentemente, almeno una volta la settimana, e per lungo tempo, almeno 6 mesi. A causa della frequenza e della lunga durata del componente ostile, questo maltrattamento produce uno stato di considerevole sofferenza sul piano mentale, psicosomatico e sociale”.

Caratteristiche del mobbing

Lo stesso Leyman individua quattro fasi del mobbing:

  • Il conflitto quotidiano: quasi fisiologico se viene risolto al nascere (riguarda infatti le normali manifestazioni espresse attraverso diverbi, competizione, etc.) ma se latente e quindi non espresso apertamente, diviene mobbing (almeno sei mesi);
  • stigmatizzazione: è la fase del terrore psicologico durante la quale le manifestazioni divengono quotidiane ed emerge palesemente il carattere di intenzionalità degli atti, è la fase in cui vengono definiti i ruoli: la vittima, il mobber e gli spettatori;
  • ufficialità della situazione: è il momento degli errori dell’amministrazione del personale, che cerca spiegazioni sul mobbizzato, che in quella fase ha iniziato ad accusare sintomi e malesseri, e non su fattori esterni che possono aver portato a subire la fase di persecutorietà;
  • allontanamento dal mondo del lavoro: è questa la fase dove si raggiunge l’obiettivo, ossia quello di allontanare definitivamente la vittima o per dimissioni o per licenziamento se non, come accade nei casi più gravi, per suicidio. In questa fase si verificano anche lunghi periodi di malattia, dovuti all’aggravarsi della sintomatologia già sviluppata nel periodo precedente.

In generale il mobbing può essere di due tipi: orizzontale, tra colleghi di pari grado, in cui la vittima viene isolata e distrutta in campo lavorativo e privato; verticale, che viene effettuato da un superiore o nel caso di un’intera azienda definito come bossing ed effettuato con lo scopo pianificato di indurre il dipendente alle dimissioni.

Tristemente noto, soprattutto attualmente, è il  mobbing sessuale, il quale rappresenta un particolare tipo di  comportamento vessatorio in cui la strategia utilizzata è a sfondo sessuale. Bisogna fare molta attenzione nel distinguere il mobbing sessuale dalle molestie sessuali, in questo caso infatti, l’individuo non è mosso esclusivamente da desiderio sessuale nei confronti dell’altro, spesso una donna, ma utilizza strategie a sfondo sessuale per allontanarla dall’ambiente lavorativo.

La vittima di mobbing

Svariate ricerche sostengono che non esiste una categoria di lavoratori più a rischio nel divenire vittima, chiunque potrebbe essere bersaglio di attacco da mobbing. Esistono, in realtà, fattori che favoriscono il fenomeno, ad esempio essere troppo passivi o troppo aggressivi nelle relazioni. Sotto questo aspetto gli eccessi, in entrambi i sensi, possono essere a rischio, quindi una potenziale vittima potrebbe essere il collega servile che vuole sempre far contento il capo, oppure colui che va d’accordo con tutti e può scatenare l’invidia degli altri. Difficile dunque, delineare il vero profilo di una vittima di mobbing, molto dipende anche dalle dinamiche ambientali e dalla caratteristiche degli individuo con cui si viene a contatto. 

Mobbing e danno da pregiudizio esistenziale: ci si può rivolgere a uno psicologo giuridico?

Il danno da pregiudizio esistenziale indica un danno che contempli un peggioramento della qualità della vita, riconducibile non alla salute psico-fisica ma, piuttosto, ai valori dell'esistenza del danneggiato. Si tratta, in altre parole, della compromissione, a seguito di un particolare evento traumatico, delle attività che realizzano la personalità dell'individuo, delle sue occasioni felici, della sua vita quotidiana.

Il danno da mobbing è un danno di natura esistenziale, che pregiudica la qualità di vita in sento lato della vittima e non ha nulla a che vedere con il diverso concetto di danno biologico da mobbing, che si riferisce invece a un danno alla salute, di valutazione specificamente medico-legale.

Quello che invece deriva sempre da una situazione mobbizzante è la modificazione della realtà concreta della vittima, derivante dai condizionamenti e dalle compressioni innescate dallo stress provocato dai comportamenti illeciti subiti. Certamente la vittima denuncerà un danno psichico che andrà poi comprovato con consulenze specialistiche che saranno volte ad analizzare i disturbi lamentati, il contesto lavorativo, il nesso causale, le responsabilità, l’esclusione di simulazione, ecc.

Per procedere ad una valutazione in tal senso sarà senz’altro indispensabile rivolgersi ad uno psicologo giuridico che possa, anche tramite l’utilizzo di test, oltre che di colloqui, arrivare a poter attestare che la vita del soggetto sia cambiata sotto gli aspetti sottolineati e possa anche diagnosticare un’eventuale patologia emersa a seguito del mobbing subito.

Se pensi di essere vittima di mobbing o per un confronto con i nostri psicologi giuridici a Roma, contattaci con fiducia, ti risponderemo immediatamente.

La terapia cognitivo comportamentale

La psicoterapia cognitiva si basa sul concetto fondamentale, elaborato dagli psicanalisti Beck ed Ellis, per cui le rappresentazioni mentali del paziente (credenze, pensieri automatici, schemi) permettono, con un minimo d’inferenza, di spiegare il disagio psicologico e il suo perpetrarsi nel tempo. Alla luce di questo, dunque, si può dedurre che la patologia è frutto di pensieri, schemi e processi disfunzionali.

Questa teoria sottolinea l’importanza delle distorsioni cognitive e della rappresentazione soggettiva della realtà che l’individuo ha nella sua mente e che è spesso all’origine dei disturbi emotivi e comportamentali.

Ciò implica che non sarebbero gli eventi da soli a creare e mantenere i problemi psicologici, emotivi e di comportamento, ma sarebbe il modo in cui l’individuo li interpreta sulla base dei suoi schemi e delle sue credenze.

Benché ancora oggi la terapia cognitiva di Beck rivesta un ruolo dominate nell’Associazione Internazionale di Psicoterapia Cognitiva, attualmente, quando si parla di terapia cognitiva si fa riferimento ad un metodo terapeutico non omogeneo, all’interno del quale si distinguono decine di approcci diversi.

L’elemento che accomuna tutti gli approcci è proprio il riconoscere i processi cognitivi, quindi le strutture di significato  e i processi di elaborazione dell’informazione, come il fulcro della spiegazione dei fenomeni clinici.

Psicoterapia Cognitivo Comportamentale: come funziona?

La terapia cognitivo-comportamentale (Cognitive-Behaviour Therapy, CBT) si propone, di conseguenza, di aiutare i pazienti ad individuare i pensieri ricorrenti e gli schemi disfunzionali di ragionamento e d’interpretazione della realtà, al fine di sostituirli e/o integrarli con convinzioni più funzionali.

A questo scopo, combina due differenti forme di terapia:

  • LA PSICOTERAPIA COMPORTAMENTALE:  aiuta a modificare la relazione fra le situazioni che creano difficoltà e le abituali reazioni emotive e comportamentali che la persona mette in atto in tali circostanze. Questo mediante l’apprendimento di nuove modalità di risposta e  l’esposizione graduale alle situazioni temute portando il paziente a fronteggiare attivamente gli stati di disagio.
  • LA PSICOTERAPIA COGNITIVA:  porta  ad individuare i pensieri ricorrenti, gli schemi fissi di ragionamento e di interpretazione della realtà che sono concomitanti alle forti  e persistenti emozioni problematiche vissute dal paziente.

Il cambiamento dei contenuti e dei processi cognitivi problematici (convinzioni, valutazioni, aspettative, emozioni, distorsioni cognitive, ecc.) nella terapia cognitivo comportamentale, non viene perseguito soltanto mediante la discussione e la riformulazione delle convinzioni disfunzionali dei pazienti, bensì mediante numerosi e variegati metodi d’intervento, diretti non solo agli aspetti cognitivi del funzionamento dell’individuo, ma anche a quelli specificamente emotivi e comportamentali.

È importante andare a comprendere quali siano le emozioni alla base di una determinata reazione ad un evento, molto spesso non è cosi facile stare nel “qui ed ora” e comprendere realmente ciò che si prova. La terapia cognitivo-comportamentale mira anche a questo, a saper riconoscere le proprie emozioni per saperle vivere e fronteggiare al meglio.

Caratteristiche della psicoterapia cognitivo-comportamentale

La terapia cognitivo-comportamentale è :

  • Pratica e concreta: lo scopo della terapia si basa sulla risoluzione dei problemi psicologici concreti. Alcune tipiche finalità includono la riduzione dei sintomi depressivi, l’eliminazione degli attacchi di panico, la riduzione o eliminazione dei rituali compulsivi o delle malsane abitudini alimentari, la diminuzione dell’isolamento sociale, e cosi via.
  • Centrata sul presente: il ricordo del passato, può essere utile per capire come si siano strutturati gli attuali problemi del paziente, capirne i motivi può aiutare a comprendere sé stessi e superare i propri disagi.
  • A breve termine: ogni qualvolta sia possibile. La durata della terapia varia di solito dai sei ai dodici mesi, a seconda del caso, con cadenza il più delle volte settimanale. Problemi psicologici più gravi, che richiedano un periodo di cura più prolungato, traggono comunque vantaggio dall’uso integrato della terapia cognitiva, degli psicofarmaci e di altre forme di trattamento.
  • Orientata allo scopo: il terapeuta lavora insieme al paziente per stabilire gli obbiettivi della terapia, formulando una diagnosi e concordando con il paziente stesso un piano di trattamento che si adatti alle sue esigenze.
  • Attiva: sia il paziente che il terapeuta giocano un ruolo attivo nella Il terapeuta cerca di insegnare al paziente ciò che si conosce dei suoi problemi e delle possibili soluzioni ad essi. Il paziente, a sua volta, lavora al di fuori della seduta terapeutica per mettere in pratica le strategie apprese in terapia, svolgendo dei compiti che gli vengono assegnati.

 

A Quali patologie si applica la terapia cognitivo-comportamentale? 

La terapia cognitivo comportamentale  è attualmente considerata, a livello internazionale, uno dei più affidabili ed efficaci modelli per la comprensione ed il trattamento dei disturbi psicopatologici.

Nell'immaginario comune è correlata spesso alla cura dei disturbi d’ansia (Attacchi di Panico, Fobie, Ansia Generalizzata), ma ha un’efficacia scientificamente provata per il Disturbo Ossessivo-Compulsivo, nonché per molte altre patologie, tra le quali Depressione e Disturbo Bipolare, Disturbi del Comportamento Alimentare, Disturbi di Personalità, Disfunzioni Sessuali, Disturbi del Controllo degli Impulsi, Bassa Autostima.

L’équipe del nostro Centro a Roma annovera psicoterapeuti a orientamento cognitivo-comportamentale, specializzati nel trattamento dei disturbi dell’età evolutiva.

Dall’inizio del percorso di cura, alla fine della terapia, la diagnosi di cancro rappresenta, per il malato e i suoi familiari, un vero e proprio evento traumatico. Effettivamente ne ha tutte le caratteristiche:  uno shock violento sull’intero organismo, a livello fisico e psichico. Alla “categoria trauma” infatti, vengono attribuiti tutti quegli eventi che portano alla morte o che minacciano l’integrità fisica propria o delle persone care.

Un trauma di questo tipo, è una battuta d’arresto nel corso dell’esistenza, suscita sentimenti di angoscia e frustrazione fino ad arrivare a veri e propri sintomi depressivi.

L’ ansia in questione può essere sia correlata alla minaccia specifica della malattia, sia ad un generale stato di incertezza del proprio futuro e dell’esito dei trattamenti.

Svariate sono le aree in cui possono emergere paure specifiche del paziente:

  • Paura di morire: quella più diffusa, spesso la diagnosi di cancro viene vissuta fin dall’inizio come una sentenza di morte, questa può essere in qualche modo combattuta con informazioni da parte dei medici sulla reale entità e gravità del male;
  • Paura di soffrire: il malato si immagina un percorso terapeutico di sofferenze, queste porteranno ulteriore angoscia e, inevitabilmente, condizioneranno la vita, le abitudini, la quotidianità dell’individuo. Lo porteranno ad avere difficoltà a relazionarsi spesso anche con i propri cari.
  • Paura della modificazione dell’immagine corporea: la paura di guardarsi allo specchio e non riconoscersi, di vedere il corpo dimagrire e indebolirsi, soprattutto per le donne, perdere i capelli. Questi cambiamenti sono vissuti inevitabilmente come uno stigma a livello sociale, poiché tutti all’esterno possono rendersi conto che qualcosa è cambiato, che quella persona sta combattendo contro il cancro.

A tutto questo si aggiungono le conseguenze pratiche sulla vita del paziente oncologico: non potrà andare a lavoro per un lungo periodo, a volte la conseguente perdita del lavoro e della propria autonomia, fino ad arrivare allo sconvolgimento delle dinamiche familiari. Spesso la vita di intere famiglie ruota attorno ai tempi della terapia del proprio congiunto, che non è più autonomo, e spesso si aggrava.

LO PSICOLOGO A SOSTEGNO DEI MALATI DI CANCRO

I livelli di ansia, rabbia e depressione sono indici della reazione normale del paziente alla malattia. Quando tali livelli sono elevati o con manifestazioni croniche e associati a un’intensa sofferenza soggettiva, a un funzionamento psicosociale e a relazioni interpersonali compromesse, è opportuno parlare di reazione patologica.  Questo tipo di malattia porta la persona che ne è affetta a fare un ripetuto sforzo di adattamento.

Il sostegno psicologico da parte di un esperto promuove e aiuta questo adattamento, il quale rappresenta l’insieme di risposte cognitive, emotive e comportamentali dell’individuo. Essendo questa malattia a fasi, ognuna di esse è caratterizzata dalle reazioni psicologiche date dalle esperienze pregresse, dalla percezione di minaccia e dalle risorse disponibili al momento.

Molti credono di farcela da soli, affrontano solo l’aspetto prettamente medico di questo tipo di situazione.

Rivolgersi a uno psicologo in questi casi può aiutare non solo a gestire l’ansia e lo stato depressivo, ma a gestire le relazioni con i familiari che assistono il malato, anche loro con forti contraccolpi psicologici.

Colloquio di Consulenza Psicologica Gratuita con la Dott.ssa Francesca Castellano, Psicologa a Roma

L’ansia è una condizione che, al giorno d’oggi, caratterizza e influenza la vita di molte persone. Può manifestarsi in tanti modi, con attacchi di panico, ipocondria, ansia generalizzata, fino ad arrivare alle più “quotidiane”, ma a volte fortemente invalidanti, fobie specifiche.

Ma cosa c’è realmente dietro l’ansia? Qual è l’emozione che traduce veramente il nostro disagio?

La Terapia Cognitiva è il trattamento d’elezione per questo tipo di disturbi e spesso utilizza tecniche specifiche per il superamento e, soprattutto, la comprensione di tali difficoltà. Una fra tutte, usata sia per il trattamento delle fobie specifiche che per il Disturbo Ossessivo-Compulsivo è l’ERP (ESPOSIZIONE CON PREVENZIONE DELLA RISPOSTA).

Guidato dallo psicoterapeuta l’individuo può seguire un percorso che consta di due distinti elementi: l’esposizione e la prevenzione della risposta. Prevede, dunque, che i pazienti entrino in contatto con gli stimoli ansiogeni per un tempo più elevato di quanto sono solitamente disposti a tollerare, per arrivare a bloccare i comportamenti messi in atto normalmente dal soggetto dopo essere entrato a contatto con tali stimoli.

Vuoi provare a capire meglio come funziona l’ERP?

Semplicemente pensi di voler intraprendere un percorso per affrontare la tua ansia e non sai da dove iniziare?

Comincia col prenotare un primo colloquio gratuito con lo psicologo presso il mio studio PsyMed, in via Ugo Bassi 42!

Per prenotazioni chiama il 340 33 28 111.

Che cos'è il test di Rorschach 

Il test di Rorschach, che prende il nome dallo psichiatra svizzero Hermann Rorschach, è uno strumento di indagine della personalità.

La continua verifica sperimentale in ambito psicologico tesa a valutare la fondatezza del materiale interpretativo prodotto, ha fatto si che negli anni questo test sia stato definito come uno strumento proiettivo valido e riconosciuto.

Questo reattivo sfrutta il meccanismo inconscio della proiezione, in base al quale, di fronte ad un’immagine ambigua e poco strutturata, il soggetto tende a proiettare su di essa il proprio mondo interno fatto da fantasie, ricordi  e significati personali, piuttosto che osservarla in maniera oggettiva.

 Il test è composto da 10 tavole, sulle quali sono presenti delle macchie simmetriche simili a quelle che si potrebbero creare quando si lascia cadere dell’inchiostro su un foglio di carta.

Le tavole sono 5 monocromatiche, 2 bicolori e 3 colorate, tutte caratterizzate da toni chiaroscurali. Il contenuto di ogni tavola evoca nel soggetto sottoposto al test determinate situazioni psicologiche o manifestazioni affettive, ad esempio disagio, stupore o turbamento, ma anche manifestazioni positive.

É importante far presente al soggetto che non ci sono risposte giuste o sbagliate e che ognuno risponde agli stimoli in modo individuale e unico.

L’interpretazione di quanto detto dal paziente consente di tratteggiare un profilo attitudinale e di fronteggiamento dello stress e uno più generale di personalità, oltreché di far emergere eventuali problematiche. Va detto che questo test rappresenta lo strumento preferenziale se si desidera approfondire alcune dinamiche interpersonali e di modulazione delle emozioni.

Nell’effettuare un esame psichico dunque, lo psicologo, che somministrerà il Rorschach previa formazione di due anni,  integrerà l’utilizzo di tale test con il metodo clinico, tradotto attraverso colloqui liberi e tematici.

 

Quando si usa il test di Rorschach

Il test di Rorschach in Ambito clinico

In questo caso può essere necessario quando si vuole intraprendere una psicoterapia: in tal modo lo specialista potrà avere un più agevole accesso al mondo interiore del paziente. Inoltre esso può essere utilizzato nel caso in cui la storia clinica del soggetto sia caratterizzata da diversi pareri diagnostici.

Può essere in grado di dare indicazioni ad esempio su:

  1. Disturbi d’ansia
  2. Fobie
  3. Disturbi dell’umore
  4. Disturbi depressivi
  5. Psicosi

Grazie alla lettura di questo test, d’altra parte, è anche possibile delineare in maniera più accurata le principali modalità comportamentali del paziente.

Risulta quindi un utile strumento per far emergere elementi importanti della personalità del paziente, nonché dei suoi vissuti emotivi, in modo da avere un orientamento per lo sviluppo di un progetto terapeutico.

 

Il test di Rorschach in Ambito giuridico

Il consulente, nominato dal giudice, di solito si avvale, oltre che dell’utilizzo dei colloqui psicologici, anche di una batteria di test per valutare lo stato psichico del soggetto in questione, che sia in ambito civile o penale.

Le tipologie di situazioni dove possono essere utilizzati i test, a seguito della nomina di un consulente tecnico, sono svariate, dalla valutazione della capacità di intendere e di volere, all’ambito minorile (penale), alla valutazione della capacità genitoriale (ambito civile).

Lo psicologo giuridico incaricato dal giudice, per somministrare il Rorschach dovrà essere un esperto con formazione biennale.

Lo psicodiagnosta arriverà dunque alla stesura di una relazione usando gli indici emersi dalla complessa analisi del protocollo Rorschach , questi verranno utilizzati per la costruzione  di un profilo di personalità e, ove possibile, per la formulazione di un’ipotesi diagnostica. In ambito giuridico, per la stesura di una relazione completa ed esaustiva gli indici del Roschach verranno correlati con quelli di altri test costituenti la batteria, di solito quelli usati sono MMPI, Disegno della Figura umana e WAIS.

In generale un esperto di somministrazione del Rorschach può essere interpellato sia in ambito giuridico sia dai suoi stessi colleghi che vogliano avvalersi di un esperto per avere un quadro maggiormente chiaro del proprio paziente prima o durante il percorso psicoterapeutico.

 

Psicodiagnostica e valutazione psicologica a Roma 

Se stai cercando a Roma uno psicodiagnosta esperto nella somministrazione del Rorschach o hai necessità di una valutazione psicodiagnostica  contattaci presso il nostro studio di Roma. In particolare la Dott.ssa Francesca Castellano è Psicologa, Psicodiagnosta, Psicologa Giuridica e si occupa di:

  • consulenza psicologica (individuale adultii
  • psicodiagnosi (Rorschach,MMPI, Disegno della figura umana di Machover, WAIS)
  • psicologia giuridica (consulenze di parte in ambito civile e penale)
  • psicoterapia adulti (individuale) disturbi d’ansia e dell’umore, fobie, gestione del trauma
Sabato, 05 Maggio 2018 22:08

Paura del pregiudizio: la fobia sociale

COS’È LA FOBIA SOCIALE? 

È  un disturbo in cui il soggetto teme fortemente che le proprie prestazioni possano essere esposte ad un giudizio negativo da parte degli altri.

Detta così, potremmo un po’ tutti ritrovarci in questo disturbo, ma non è semplice, una persona affetta da fobia sociale vive il disturbo come fortemente invalidante per la sua vita ed, effettivamente, lo è poiché fa si che anche le azioni che possono sembrare più banali, come mangiare in pubblico, firmare o parlare con uno sconosciuto, causino nell’individuo una forte ansia e lo portino ad evitare le situazioni che la provocano.

Il concetto di paura del pregiudizio è l’aspetto pregnante della fobia sociale, anche perché porta al mantenimento dell’ansia sociale.

 

IL MODELLO COGNITIVO DELLA FOBIA SOCIALE 

 Il modello cognitivo della fobia sociale 

Il modello cognitivo della fobia sociale può riassumersi col modello, sopra esposto, di Clark e Wells che prendono in considerazione il ruolo dei processi di autovalutazione negativa.

Quando il fobico deve affrontare una situazione sociale la giudica, a prescindere, pericolosa, temendo di agire in modo inadeguato e ciò lo porterà a forti ripercussioni negative sull’immagine che gli altri hanno di sè  e sulla sua stessa percezione di se stesso.

Tutti questi giudizi di pericolo attivano cambiamenti fisiologici, cognitivi, emotivi e comportamentali che caratterizzano lo stato di ansia.

Questa attivazione è giudicata essa stessa un pericolo poiché potrebbe andare ad inficiare la sua prestazione, dunque conduce ad un’escalation dell’ansia e al conseguente mantenimento del problema.

I fobici sociali dunque, concentrano l’attenzione unicamente su loro stessi e le loro reazioni, senza prestare attenzione a quelle degli altri in quel momento, questo effettivamente porta alla riduzione della prestazione e a perdere consapevolezza delle informazioni interpersonali.

Il nostro fobico in realtà utilizza dei comportamenti protettivi, come evitare la situazione temuta, che in realtà rafforzano e perpetuano l’ansia e la percezione di essere valutato negativamente.

Il grande errore sta nel fatto che, per il paziente, se le conseguenze temute non si sono verificate è grazie all’uso dei comportamenti protettivi piuttosto che a giudizi distorti.

 

COSA FA IL TERAPEUTA COGNITIVO?

Il terapeuta cognitivo, tenendo a mente questo modello, dovrà far emergere le informazioni a lui utili per ricostruire il problema e le sue cause.

Alla base di tutto questo gli servirà comprendere i pensieri automatici negativi che emergono nell’affrontare una determinata situazione fobica, i comportamenti protettivi che il paziente mette in atto, quali sono i sintomi dell’ansia percepiti e come il paziente stesso si percepisce.

Il terapeuta dovrà dunque stimolare il paziente all’autoriflessione, a focalizzare l’attenzione sui suoi pensieri, in modo da poterli riportare interpretazioni che si fanno  terapia al fine di comprendere a pieno la percezione di sé e le interpretazioni che fa delle situazioni.

Il terapeuta si focalizzerà su cosa succede nella situazione fobica da affrontare, per ricostruire a pieno ciò che succede, le sensazioni di ansie, i pensieri, e per individuare quali sono i comportamenti protettivi che, con l’avanzare del lavoro terapeutico, andranno eliminati.

Una volta compresi i meccanismi che si attivano, il terapeuta li condividerà con il paziente, in modo da discuterne e illustrarne i vari aspetti.

Il trattamento cognitivo per la fobia sociale si sviluppa in varie fasi ed è piuttosto complesso.

Si parte, prima di tutto, dal modificare i processi di elaborazione del sé, dunque il soggetto deve essere portato ad una reale osservazione di sé, verranno utilizzati registrazioni audio e video in cui il paziente, osservandosi, probabilmente scoprirà che l’immagine che dà agli altri di sé non è poi così negativa.

Altra fase è quella della riattribuzione verbale, arrivando a rielaborare in modo più realistico le convinzioni del paziente e arrivare a considerare strategie alternative, più utili, per valutare la situazione in esame.

In seguito si procederà con veri e propri esperimenti comportamentali di esposizione alla situazione fobica.

Con questi principali punti ho spiegato, in generale, come opera il modello cognitivo, solo per far emergere il principio di modifica e cambiamento che c’è alla base.

In generale dunque, il trattamento cognitivo viene presentato come una sequenza in cui concettualizzazione e spiegazione sono utilizzate per manipolare i comportamenti protettivi e  per dirigere l’attenzione verso aspetti esterni alla situazione.

Le manipolazioni comportamentali inoltre, possono contribuire ad identificare i fattori che mantengono la fobia sociale e, spesso, forniscono un suggerimento per modificare l’intensità dei sintomi.

 

SUPERARE LA FOBIA SOCIALE

Dalla fobia sociale se ne esce.  La psicoterapia, e in particolare la Terapia Cognitiva, si rivelano un ottimo modo per affrontare e meglio gestire, in poche sedute, questo disagio. Contattaci con fiducia, insieme troveremo il percorso migliore per superare la fobia sociale

COS’È IL DANNO ESISTENZIALE?

Il danno da pregiudizio esistenziale indica un danno che contempli un peggioramento della qualità della vita, riconducibile non alla salute psico-fisica ma, piuttosto, ai valori dell'esistenza del danneggiato.

Si tratta, in altre parole, della compromissione, a seguito di un particolare evento traumatico, delle attività che realizzano la personalità dell'individuo, delle sue occasioni felici, della sua vita quotidiana.

La personalità è espressione della peculiarità dell’individuo ed è un costrutto risultante dello sviluppo individuale attraverso continui scambi con l’ambiente. La dinamicità della personalità la porta ad essere soggetta ad alterazioni, l’osservazione clinica e diversi studi dimostrano che c’è un rapporto di causa tra eventi di vita e l’insorgere di alcune sindromi psicopatologiche.

È importante sottolineare che ciascun individuo reagisce in maniera diversa agli eventi con cui interagisce, situazioni che per l’uno potrebbero portare ad un trauma, per l’altro non avranno lo stesso effetto. Ciascun individuo può dare una lettura diversa dell’evento, a seconda della propria storia di vita ed alla spiegazione che da a sé stesso, proprio alla luce del proprio vissuto.

I traumi si configurano come un lutto, reale o simbolico, una perdita di ciò che c’era prima e delle condizioni che caratterizzavano la vita dell’individuo fino all’evento traumatico, che per la giurisprudenza indica come illecito.

L’illecito rappresenta una vera e propria ferita, una frattura tra l’individuo e l’ambiente circostante, situazione aggravata dal fatto che debba affrontare un percorso lungo e difficile come quello della giustizia.

Il danno esistenziale è considerato, dalla giurisprudenza, danno non-patrimoniale, la psicologia giuridica, a puri fini descrittivi, distingue il danno psichico, il danno morale e quello esistenziale: 

Danno psichico

Il danno psichico si differenzia da quello fisico perché non è tangibile. Possiamo definirlo come un’infermità mentale, una condizione patologica che altera i rapporti tra ricordi e vita vissuta, si ha quindi una riduzione delle funzioni psichiche, ovvero un’alterazione di affettività e tono dell’umore.

Danno esistenziale

Alterazione, in senso peggiorativo, del modo di essere di una persona, sia degli aspetti individuali che sociali. Il primo ambito riguarda gli aspetti emotivi e di adattamento dell’individuo, la sua efficienza e autonomia; il secondo ambito riguarda l’alterazione del manifestarsi del proprio modo di essere nelle relazioni familiari-affettive e nelle attività realizzatrici quali lavoro, hobbies, situazioni sociali.

Danno morale

la giurisprudenza lo mette in relazione con uno stato di tristezza e prostrazione causato dal trauma, dunque rappresenta un vissuto soggettivo che non altera l’adattamento all’ambiente o l’ambito relazionale.

 

AMBITI IN CUI SI PUÒ CHIEDERE UNA VALUTAZIONE PER DANNO ESISTENZIALE

Le tre tipologie di danno non patrimoniale appena descritte,comprendono in sé qualsiasi danno dovuto a comportamento ingiusto altrui che produca una sofferenza nella vita dell’individuo, o una lesione dell’integrità psicofisica, o un peggioramento della qualità della vita di un individuo.

Gli ambiti in cui può essere chiesto un risarcimento per danno esistenziale, oltre che per il noto danno morale, sono diversi:

  • Infortunistica Stradale
  • Infortunistica professionale
  • Danno da colpa professionale
  • Danno da wrongful life
  • Danno da Mobbing lavorativo, familiare e coniugale
  • Danno da demansionamento
  • Danno ambientale
  • Tutela della Privacy
  • Bioetica
  • Maltrattamento su donne o minori
  • Abuso su donne o minori
  • Libertà di pensiero
  • Danno alla Reputazione
  • Danno estetico
  • Idoneità per la ratificazione di attribuzione di sesso

 

LO PSICOLOGO GIURIDICO E LA VALUTAZIONE DEL DANNO

Per una valutazione del danno esistenziale a seguito di uno degli eventi sopra elencati, ci si rivolge allo psicologo giuridico.

Quest’ultimo sarà chiamato alla valutazione dell’entità del danno e lo farà tramite un’approfondita analisi del soggetto in questione, utilizzando non solo l’osservazione e i colloqui clinici, ma anche test di livello, di personalità, proiettivi e neuropsicologici al fine di approntare una valutazione globale che comprenda sia le funzioni mentali primarie di pensiero, sia gli stati emotivi affettivi, sia la visione di sé all’esterno e nelle relazioni.

Dovrà comprendere, con un’approfondita anamnesi, la preesistenza o meno di disturbi psichici, nonché il livello di integrazione sociale, relazionale prima dell’evento che ha portato al trauma. Sottolineare il cambiamento apportato dall’evento traumatico, e quindi le differenze tra l’individuo che era e quello che è diventato è l’obiettivo della consulenza.

Arriverà dunque anche ad un’attenta e approfondita analisi dello stato attuale della persona. Nella sua relazione potrà quantificare l’entità del danno avvalendosi di apposite tabelle, legalmente riconosciute, che vanno dal danno lieve al danno gravissimo.

Non ci sono criteri standardizzati per una valutazione, ma i parametri principali per lo psicologo sono valutare l’entità del cambiamento nell’ambito: della personalità e dell’assetto psicologico; delle relazioni familiari e affettive; delle attività realizzatrici (attività sessuale, ambito lavorativo).

Se quasi tutti ormai conoscono la funzione dello Psicologo Clinico e dello Psicoterapeuta, meno nota a chi non è del settore, è invece quella svolta dallo Psicologo Giuridico, professionista che può essere utilissimo in ambito giudiziario per avvalorare una tesi, muovendosi in ausilio all’Avvocato. Se stai cercando uno Psicologo Giuridico o hai bisogno di informazioni, contattaci presso il nostro studio di Roma.

 

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