Dott. Paolo Pistolesi Psicologo e Psicoterapeuta a Roma

Dott. Paolo Pistolesi Psicologo e Psicoterapeuta a Roma

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Dott Paolo Pistolesi Psicologo e Psicoterapeuta

Paolo Pistolesi psicologo e psicoterapeuta iscritto all’albo degli psicologi dal 2012, e abilitato alla professione di psicoterapeuta individuale e di gruppo  presso la scuola di formazione ad indirizzo dinamico dal 2016.

Il dott  Pistolesi tratta i seguenti disturbi psichici: disturbi d’ansia, fobie, fissazioni e blocchi nella prestazione, problemi di relazione, problemi di dipendenza, disturbi alimentari e tutte le diverse forme del disagio psichico. Offrendo una psicoterapia individuale, di coppia e di gruppo. Promuovendo nel paziente il raggiungimento del proprio benessere che non è l’assenza di malattia ma il giungere ad un equilibrio bio-psico-sociale. Infatti salute e malattia sono degli stati fluttuanti che riflettono e rispecchiano i nostri adattamenti e i nostri modi di pensare, le nostre relazioni, le nostre abitudini, anche quelle cattive.

 

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Le cause della malattia nascono dall’interno più profondo, provocate da una disarmonia dell’individuo con se stesso.  La malattia diviene un segnale, un campanello d’allarme che suona per avvertire che si sta perdendo il nostro equilibrio, la nostra armonia, si sta smarrendo di vista la propria direzione personale. Tutto questo avviene con segnali che, impercettibili e flebili all’inizio, si fanno sempre più comprensibili e chiari nel corso del tempo, fino a quando si arriva ad un danno, una lesione organica che poi diventa funzionale ed alla fine degenera nella grave malattia.  Il significato di cura è associato al concetto di attenzione, di riguardo, di interessamento premuroso per un oggetto che impegna il nostro animo. La cura è direttamente proporzionale alla nostra attenzione che rivolgiamo  verso noi stessi.  E chi può essere la miglior cura di se stesso…????

Per poter avvicinarsi alla cura è necessario un lavoro sulle proprie emozioni, che abitualmente sono percepite come componenti perturbanti, irrazionali, da tener sotto controllo. L’universo emozionale è sempre stato visto come un universo della problematicità. Le emozioni invece possono costituire una vera e propria risorsa anche nel campo delle comuni malattie. Di solito desideriamo toglierci immediatamente la malattia, ma essa  è anche  l’espressione continuativa del nostro processo di adattamento, e solo grazie alla malattia possiamo conoscere ed esplorare le proprie modalità adattive, e quindi migliorarle.

Il Dr Pistolesi è sempre stato mosso da forti motivazioni e interessi che hanno dato forma a un  percorso  formativo esperienziale  a  tela di ragno. Ha svolto innumerevoli  lavori spesso in contatto con il pubblico attraverso la sua esperienza ventennale nel campo della ristorazione e nei bar.  Da sempre ha lavorato nelle azienda della propria famiglia e successivamente nel bar nel centro di Roma di cui è uno dei proprietari. Inoltre  negli ultimi 10 anni oltre all’attività di ristorazioni, ha partecipato e collaborato con diversi istituti pubblici, associazioni e  aziende  private:  scuola Anselmi Gelmini, come docente nelle materie psicologiche;  Asl rmf come psicoterapeuta presso il centro Pegasus ; al il servizio TSMREE dell’Asl rmd affiancando la dr D’Acchille;  presso l’Associazione Separati: partecipando a riunioni, seminari e attività di gruppo nell’ambito delle problematiche familiari in particolare modo svolgendo le seguenti attività di ricerca: “La prospettiva narratologica- La narrazione e la memoria”, “Scrittura e Psicoterapia”, “ La Pulsione di morte”, “Il Parricidio”, “Precarietà lavorativa dei giovani-impossibilità di progettare il futuro”, “Tifo e Violenza, ipotesi aggressività”, “Psicoterapia di gruppo – Modalità e potenziamento nel trattamento in ambito famigliare”.

Leggendo il suo cv si ha l’impressione di vedere una semplice persona che  continua a portare avanti se stesso. Spesso  nei cv, capita di leggere solamente i risultati che si sono raggiunti, nelle poche lettere a nostra disposizione non emerge tutto un mondo che sta dietro; le rinunce, le insufficienze, le bocciature, le  poche riflessioni che portano a sbattere duramente sulla  realtà. Solo attraverso un’elaborazione di queste parti più oscure che è possibile  invertire la rotta, e produrre non solo un cambiamento ma anche migliore la nostra salute.

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Domenica, 18 Novembre 2018 22:33

L'ansia: tra normalità e patologia

Cos’è l’ansia

Nel momento in cui parliamo di ansia è necessario tener presente che ci troveremo di fronte ad una serie di manifestazioni fisiologiche e psichiche. È una condizione naturale di tensione che si manifesta con timore, apprensione e attesa inquieta, accompagnata spesso da una serie di correlati fisiologici: tremori, sudorazione eccessiva, palpitazioni, senso di affaticamento e difficoltà a respirare. Essa percuote la persona che la vive in tutta la sua unitarietà, creandole una serie di blocchi e difficoltà. Come ogni emozione, è caratterizzata da 3 componenti, una cognitiva, una somatica e una affettiva-emotiva.

-Punto di vista somatico: il corpo prepara l’intero organismo ad affrontare una minaccia (reazione d’emergenza, allarme rosso tutti i campanelli sono in funzione), si ha in questo caso una serie di aumenti come la pressione sanguigna, la frequenza cardiaca, incremento del flusso sanguigno verso specifici gruppi di muscoli e un’intensificazione del sistema immunitario e digestivo pronti a combattere la minaccia. A livello comportamentale si notano atteggiamenti volontari e non, che in pratica sono diretti alla fuga e all’evitamento della situazione.

-Punto di vista cognitivo: l’aspettativa di un pericolo crea incertezza proporzionata al nostro modo di percepirci, i nostri ideali, valori, i nostri apprendimenti e condizionamenti.

-Punto di vista emotivo: senso di terrore, panico e blocco che non permette al soggetto di valutare correttamente la realtà, e quindi di individuare in quella situazione delle possibili alternative.

L’ansia è uno stato complesso in cui il soggetto vive una situazione di penosa aspettativa di pericolo imminente, vissuta in una condizione di completa impotenza, senza che vi sia un oggetto reale a provocarla.

Spesso si fa una sorta di confusione tra paura e ansia, entrambi sono segnali di allarme ma con alcune differenze. La distinzione potrebbe essere difficile, generalmente si dice che la paura si manifesta in risposta ad una minaccia che è conosciuta, esterna e definita. Mentre invece l’ansia nasce di fronte ad una minaccia sconosciuta, interna, vaga e in origine conflittuale, che proviene dal proprio mondo interno configurando quindi galassie differenti da persona a persona.

Come già abbiamo detto, essa è una manifestazione naturale dell’essere umano (anche perché, nascendo in risposta ad uno stimolo percepito come minaccioso, ha una indubbia funzione adattiva) e colpisce quindi tutti, sebbene a livelli diversi. Le forme patologiche sono strettamente legate alle gradazioni delle sue manifestazioni, quindi ad una specifica struttura di personalità, che può provocare delle sensazioni molto forti, riducendo non solo la socialità del soggetto ma anche le sue prestazioni lavorative, sportive e in alcuni casi se non è ben contenuta anche portare azioni suicidarie.

 I disturbi d’ansia possono avere diverse configurazioni cliniche. I quadri più frequenti sono:

  • disturbo d’ansia generalizzato;
  • disturbo di panico;
  • disturbo fobico;
  • disturbo ossessivo/compulsivo;
  • disturbo post traumatico da stress.

La psicoterapia dinamica e la sua utilità nella cura dell’ansia

La Psicoterapia Psicodinamica, in base alle sue caratteristiche di lavoro sull’inconscio e sullo svelamento, può essere adatta per fronteggiare i disturbi d’ansia. Infatti andando a sintetizzare i suoi cardini possiamo spiegare come essa è una terapia che oscilla tra due poli opposti, un movimento continuo tra la terapia espressiva e quella supportiva: la terapia espressiva è l’analisi delle difese e lo svelamento del materiale dinamicamente rimosso nell’inconscio; la terapia supportiva/contenitiva è orientata a reprimere un conflitto inconscio rafforzando le proprie difese. L’obiettivo principale è quello di favorire in modo graduale, delle intuizioni o l’acquisizione di una migliore comprensione, ovvero il famoso insight, intesa come la capacità di capire le origini e i significati inconsci dei propri sintomi e del proprio comportamento. L’effetto curativo è costituito dall’integrazione derivante dalla consapevolezza di questi contenuti, che si manifesteranno successivamente attraverso nuove forme di approcciarsi alle situazioni di vita, si apprenderà inoltre a dare un senso migliore a se stesso e, al mondo esterno.

Un secondo assunto fondamentale della terapia psicodinamica è il transfert, ovvero il diretto collegamento tra il mondo interno dell’individuo e ciò che egli esprime nella relazione con gli altri, ma anche la correlazione tra rapporti interpersonali attuali e passati. Il transfert riguarda soprattutto la naturale tendenza a rivolgere sulle persone che ci circondano impulsi e fantasie del nostro passato così come le difese e le resistenze sono messe in atto per arginarli. In altre parole in analisi si riattiva la dimensione edipica del paziente, dove il terapeuta assume il ruolo di uno o entrambi i genitori. Le disposizioni di transfert più strettamente correlate ai problemi attuali del paziente costituiscono il focus dello sforzo interpretativo. È importante in questo caso, che il terapeuta non assuma un approccio colpevolizzante nell’interpretazione del transfert, tenendo anche presente che non tutte le osservazioni del paziente sono delle distorsioni.

È da notare inoltre come uno degli elementi nello sviluppo dell’ansia e delle sue configurazioni in disturbi e quadri specifici, sia la crescita di soggetti che vivono o hanno vissuto uno stile parentale percepito come iperprotettivo e rifiutante, e la presenza di psicopatologia nei genitori, in particolare depressione e fobia sociale. Una possibile interpretazione di questi dati è che i bambini che arrivano a sviluppare evidenti disturbi d’ansia sono esposti a genitori maggiormente ansiosi, i quali possono comunicare ai figli la sensazione che il mondo sia un luogo pericoloso. La relazione tra disturbo d’ansia nei genitori e l’inibizione comportamentale nel bambino appare inoltre mediata da alti livelli di emozioni espresse, in particolare una eccessiva tendenza materna alla critica, che portano a un aumento del rischio di psicopatologia.

Il lavoro di cura per i soggetti che soffrono dei disturbi d’ansia rivela la presenza di alcune relazioni oggettuali caratteristiche. In particolare, come già abbiamo accennato sopra, questi soggetti hanno interiorizzato rappresentazioni genitoriali che inducono vergogna o umiliazione, critica, ridicolizzazione, umiliazione e abbandonando (Gabbard, 1992). Questi introietti si stabiliscono precocemente nella vita e vengono poi ripetutamente proiettati in persone dell’ambiente che vengono quindi evitate (attraverso i fenomeni di transfert). Anche ammettendo che tali individui possono essere geneticamente predisposti a percepire gli altri come minacciosi, esperienze positive possono correggere significativamente questi effetti, ed è questo l’obiettivo centrale della terapia. Poiché l’analisi, come dovrebbe essere ogni contesto di cura, è uno spazio protetto dove il soggetto può riuscire a valutare non solo il suo modo di vivere il presente e le sue situazioni ansiogene, comprendendo il suo passato, dando un senso alla sua esperienza, ma anche sperimentare in modo creativo e unico le proprie potenzialità e quindi nuove modalità di percepirsi e di affrontarsi. L’analisi potrebbe essere associata ad una sorta di palestra, o di allenamento costante per rafforzare se stessi e il proprio esame di realtà.  

Per qualsiasi domanda o specificazione potete contattarmi telefonicamente a questo numero tel 3288116638, o magari inviarmi una vostra risposta via email a questo indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Buon lavoro Paolo.

Il concetto di adattabilità è spesso frainteso e utilizzato in modo approssimativo poco riconosciuto nella sua veste di significato.

Molte volte lo troviamo messo li, insieme ad esempio ad altri concetti come quello di crisi, per dare spiegazioni generiche e pluralistiche in differenti ambiti come: nei contesti sociali, psicologici, in quelli medici ecc,. In questo modo però, si tende ad allargare o restringere sempre di più i suoi confini, nell’ottica delle intenzioni e motivazioni umane, smarrendo cosi la chiave originaria che è di tipo filogenetica. Il concetto di adattabilità deriva da quello di adattamento inteso come un accomodamento, ciò che si trova utile in una relazione, ciò che diviene comodo per le parti in relazione.

Tra i primi a considerare i termini di adattamento e adattabilità c'è il famoso naturalista francese Jane Baptiste de Lamarck (1744-1929) che fornì la prova che gli organismi avevano subito, col passare del tempo, delle modificazioni e nel 1809, in un libro dal titolo “Philosophie zoologiche”, affermò che gli organismi si erano evoluti in risposta al loro ambiente. Evolvere significa passare da una forma ad un’altra e Lamarck fu il primo a suggerire il concetto di evoluzione per gli esseri viventi. Tutti gli esseri viventi osservava Lamarck, presentano dei sorprendenti adattamenti all’ambiente, con una perfetta corrispondenza fra le forme degli organismi e il compito o funzioni da essi svolto. Nell’ipotesi avanzata dal naturalista francese per esempio l’allungamento del collo della giraffa, come qualsiasi altro adattamento, è prodotto da una tendenza al miglioramento, propria dell’organismo una vera e propria spinta interna, in relazione alle caratteristiche specifiche di quel contesto ambientale e relazione. Infatti gli animali, nei quali non è sorta questa spinta interna sono rimasti a pascolare l’erba e hanno dato origine ad altre specie di erbivori, quali potrebbero essere gli antilopi, che hanno sviluppato altre caratteristiche per la sopravvivenza (la corsa). Invece altre specie che hanno vissuto una condizione di addomesticamento, quindi un condizionamento esterno, non hanno sviluppato altre caratteristiche funzionali alla loro sopravvivenza (es. le pecore). Da notare come nel mondo passato l’adattamento e il miglioramento è principalmente di tipo fisico e poi psichico.

 

Patologia e benessere

Oggi giorno è difficile definire cos’è la malattia e cos’è la patologia. Per esempio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità orienta le sue definizioni sui concetti di salute e benessere, cercando di raggrupparli in un insieme di più definizioni, che possono ampliare e saturare i due costrutti. Concordando su questa linea di pensiero e, utilizzando una chiave di lettura psicodinamica, un modello per cui ogni evento non nasce dal nulla ma dallo scontro e incontro di relazioni e dinamiche tra le parti, possiamo vedere come i concetti di salute e benessere, come quello di patologia e malattia siano tra di loro interconnessi, ed esprimono in modo diverso, più o meno, i livelli di comprensione e ascolto sia del proprio corpo che delle proprio mondo interno. Mondo interno purtroppo accantonato, poco considerato a vantaggio invece di un mondo rigido legato alle abitudini. L’abitudine e la consuetudine di vedere e vedersi sempre nello stesso modo, ci porta a non effettuare un adeguato esame della realtà, favorendo in questo caso la rigidità delle relazioni e di ruoli, che spesso non sono più funzionali e adattivi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità del 1948, ha definito la salute come: uno stato di completo benessere fisico, sociale e mentale, e non soltanto l’essenza di malattia o di infermità. La salute in quest’ottica viene considerata non tanto una condizione astratta, quanto un mezzo finalizzato ad un obiettivo che, in termini operativi, si può considerare una risorsa che permette alle persone di condurre una vita produttiva sul piano individuale, sociale ed economico. La salute è una risorsa per la vita quotidiana e non lo scopo dell’esistenza. Si tratta di un concetto positivo che valorizza le risorse sociali e personali, oltre alle capacità fisiche.

Negli anni 70 circa lo psicoanalista francese Bergert, costruisce un'interessante definizione di patologia, considerando la malattia come una sorta di scompenso nella vita della persona: scompenso o perdita di un equilibrio, che genera diverse conseguenze (malattie e sindromi) in relazione alla specifica struttura di personalità. Le malattie come le sindromi sono fattori precipitanti nella vita di un essere umano e si riferiscono a due aspetti: uno di tipo genetico ereditario; l’altro invece ad un insieme di aspetti legati e ancorati al nostro modo di vivere, al nostro stile di vita, quindi al modo con cui noi percepiamo il mondo, gli altri e come affrontiamo i conflitti. La maggioranza di noi prende poco sul serio il proprio sentire, il benessere (spesso associato al denaro e alla possibilità di avere), ma la salute non è un qualcosa che si può comprare o a cui accedere attraverso buoni punti. Il nostro corpo è ancora in gran parte sconosciuto, è un organismo perfetto che si è evoluto e si sta ancora evolvendo nel suo cammino.
Da notare come nel momento in cui si parla di benessere non possiamo fare a meno di ricordare la scarsa qualità e la cattiva educazione nelle nostre diete, in ciò che mangiamo, imbrigliate nelle logiche consumistiche dove qualità e vero risparmio non sono i loro veri punti di forza. Non dimenticando poi, la cattiva qualità dell’aria che respiriamo nelle nostre città, sempre più grandi,
sempre più trafficate, sempre più cemento rispetto al verde e alla possibilità di godere dell’ombra di un bell’albero.

 

L’adattamento come utilità.

Nel nostro presente globalizzato, robotizzato e ricco soprattutto di necessita superflue non dobbiamo direttamente confrontarci con la natura e le sue forze, non dobbiamo più sforzarci ad allungare il collo per prendere la mela in cima all'albero. La genialità della specie umana è riuscita ad andare oltre, purtroppo però, con un notevole dispendio di energie e vite, l’essere umano è riuscito a manipolare in gran parte la natura e se stesso, perdendosi. Siamo arrivati al punto che gli aspetti naturali a cui noi ci dobbiamo abituare e confrontare sono veramente minimi, rispetto a quelli sociali legati in particolar modo al sovraffolamento e, a quelli culturali che sono tipici delle specifiche culture che le hanno definite e inventate nel corso del tempo. In modo, forse, un poco estremo intendo dire che oggi ci confrontiamo nella maggiore parte dei casi con aspetti culturali e affettivo-relazionali. L’adattabilità, ovvero ciò che ci è utile e comodo all’interno di una relazione, i nostri modi di fare e di essere, i famosi vantaggi delle malattie e delle sindromi, e le forme più patologiche, quelle che presentano un maggior dispendio energetico, maggiori strascichi affettivi risultano essere la risultante di un prodotto che tende a disconoscere le reali potenzialità della persona.

C’è una sorta di propensione alla non riflessione, alla non reale percezione dei propri bisogni e quindi delle proprie emozioni, soprattutto alla loro espressione, continuamente accantonate come fondi di investimento per improvvise esplosioni violente, rabbiose o inaspettati comportamenti impulsivi, inattese ritirate, nascondendoci in questo caso, dietro le nostre ansie e le angosce di non essere all’altezza dei pregiudiziosi ideali. Siamo centrifugati e centripedati nei vortici degli aspetti socialmente costruiti, dimenticandoci e allontanandoci dalle nostre potenzialità, la difficoltà di porsi una domanda, la successiva risposta limitata a ciò che ci è strettamente utile e accomodante, la complessità e oscurità nel capire quali bisogni soddisfare, quali invece, stiamo nascondendo. Il nostro modo di porci, il nostro adattamento e la nostra personalità è continuamente espressa attraverso i nostri modi fare e di essere in relazione, non possiamo nasconderci poi cosi tanto, né da noi stessi né tanto meno degli altri.

Ognuno di noi occupa un preciso spazio nel nostro sistema o meglio nel nostro pianeta. Le ansie, angosce, le depressioni, la scarsa autostima, le dipendenze, e tutte quel ventaglio di emozioni negative come l’invidia, la vergogna, l’odio, le manipolazioni, le menzogne sono aspetti o parti che sono trasversali e cioè, fanno parte dei nostri adattamenti e condizionamenti, che vengono vissuti da tutti in momenti diversi e specifici della vita. Poi, sta a noi decidere quando è il tempo e il momento per capirli e superarli. Le patologie psichiche sono legate strettamente alla persona (e alla struttura di personalità) che nasce e si adatta (ovvero costruisce degli accomodamenti specifici che verranno traslati in tutte le future relazioni) in uno specifico contesto comunicativo e quindi relazionale affettivo. Purtroppo Madre Natura ci ha fornito il materiale ma siamo noi stessi ad utilizzarlo. Spesso rimango colpito (anche se noto una leggera inversione di tendenza) ancora oggi, come si pensi che il bambino e l’infante non siano in grado di capire e comprendere. Trascurando come la capacità di comprensione sia legata principalmente al livello evolutivo e, secondo, alla caratteristiche dello stimolo, quindi alla gestione e al filtro dell’adulto. Le problematiche si innescano nella relazione con l’adulto o il genitore che per non volontà, per semplicità o per propri limiti e bisogni, tende continuamente a mascherare parti di realtà, innescando in questo modo precisi adattamenti. L’importante meccanismo studiato dalla Klein dell’ identificazione proiettiva, che si innesca da subito, nelle prime fasi della relazione adulto bambino: dare senso e significato all’esperienza del piccolo, in base a ciò che si è compreso, o meglio a ciò che si è interiorizzato, che possa successivamente fare da ponte al piccolo alla sua percezione dei propri bisogni e dell’esame della realtà.

Il punto di partenza sarebbe la domanda “come mai non l’ho pensato prima, oppure perché non ritengo necessario spiegarlo o farlo, e per quale motivo?" Le risposte sono le più dure da accettare e metabolizzare perché vanno ad attaccare i nostri limiti e i nostri adattamenti, in pratica i mezzi o quello che fin a quel momento abbiamo utilizzato e imparato per confrontarci: mettono in discussione la nostra famiglia, il nostro gruppo di origine dove siamo nati e cresciuti, esempio “i miei facevano sempre cosi, oppure io sono cosi ecc.ecc”. Partendo dal presupposto che non c’è un opposto del comportamento, la non volontà deve essere necessariamente vista come la manifestazione di volontà di non fare, di non dire, di non capire e di non spiegare. E se non ho la forza e il sentimento o la spinta a non capire e a non fare, vuol dire che l’adattabilità è fortemente predominante e più vantaggiosa nella soddisfazioni dei bisogni.

 

I miglioramenti nell’adattamento.

Sempre nel nostro presente veloce, vorace e famelico prevalgano moltissime soluzione per le proprie difficoltà e problematiche. Le possibilità sono molte e tutte possono essere adeguate alla persona e ai suoi bisogni rilevati in quei momenti. Anche l’uso dei farmaci potrebbe essere una iniziale soluzione, anche perché le sostanze possono in tal caso essere un sostegno, anche molto valido, presentando però delle controindicazioni, ma il vero aiuto è sempre legato allo sforzo della persona di capirsi, conoscersi e affrontare e accettare i propri condizionamenti. In poche parole: non c’è miglior medico di se stesso. In questo caso l’analisi e le psicoterapie hanno come obiettivo quello di riportare la persona al centro di sé, di divenire capitani e comandanti del nostro corpo e delle nostre intenzioni, quindi facilitare, migliorare e innescare un processo di conoscenza e di cura della propria persona.

Senza andare oltre perché ci sarebbe da scrivere e scrivere, possiamo dire come le scienze psicologiche e l’avvento della psicoanalisi e le sue riflessioni, hanno portato la configurazione di numerose scuole e corretti di pensiero, le quali hanno dato un notevole contributo sulla conoscenza dell’essere umano, in particolar modo nella sua adattabilità (ciò che ci è utile e comodo) nella parti in relazione. Riconoscendo diversi e importanti contributi scientifici, ne voglio sottolineare uno, quello della scuola di Palo Alto: l’importanza della comunicazione e i suoi assiomi; i significati e i ruoli tra le parti, gli aspetti socialmente costruiti “la cultura”. Per essere più chiari, un individuo forma la sua personalità all’interno di un continuo contesto comunicativo, attraverso il quale impara a soddisfare i propri bisogni, quindi cresce all’interno di un piccolo gruppo con il quale si confronta con concetti e preconcetti formati da altri gruppi.

Dopo questo lungo preambolo, forse noioso, ma secondo me indispensabile per poter comprendere la prospettiva e la mia cornice di riferimento, il vero punto di partenza utile a questa riflessione scritta è semplicemente una domanda…: tutti noi ci tendiamo ad adattare all’esame di realtà più o meno, (e abbiamo visto come l’adattamento porta una sorta di accomodamento, di utilità all’interno di una relazione in altre parole una sorta di equilibrio attraverso cui la persona riesce a soddisfare i suoi bisogni), ma perché alcuni adattamenti sono più funzionali rispetto ad altri? E perché il nostro modo è diverso da quello di un altro?!
Queste potrebbero essere delle domande a cui si potrebbe rispondere insieme..

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Buon lavoro Paolo.

Giovedì, 06 Settembre 2018 10:51

L'ansia

Il solito caffé…. No, un altro che parla di ansia!…. Sì, un altro professionista che ci descrive qualcosa che altri prima di lui hanno elaborato ma che principalmente si vive. Per poter capire un fenomeno è necessario conoscerlo, rifletterci sopra; quindi capire la sua natura, i momenti in cui agisce, gli effetti fisiologici-comportamentali e in fine le conseguenze. C’è da dire però, come nei nostri contesti sociali, veloci e superficiali, sia facile confonderci e soprattutto etichettare situazioni o condizioni importanti, dare senso alle nostre esperienze sia corporee sia mentali, confondendoci.

 

Cos'è l'ansia?

Definizione di ansia: condizione di tensione che si manifesta con timore, apprensione, attesa inquieta e, spesso, con una serie di correlati fisiologici come tremori, sudorazione eccessiva, palpitazioni, senso di affaticamento e difficoltà a respirare. È caratterizzata da 3 componenti una cognitiva, una somatica e una affettiva emotiva.
Punto di vista somatico: il corpo prepara l’intero organismo ad affrontare una minaccia (reazione d’emergenza, allarme rosso tutti i campanelli sono funzione), si ha in questo caso una serie di aumenti come la pressione sanguigna, la frequenza cardiaca, incremento del flusso sanguigno verso specifici gruppi di muscoli e un'intensificazione del sistema immunitario e digestivo pronto a combattere la minaccia. Al livello comportamentale si notano atteggiamenti volontari e non, che in pratica sono diretti alla fuga e/o all’evitamento della situazione.

 

L'ansia dal punto di vista cognitivo ed emotivo

Punto di vista cognitivo: aspettative di un pericolo, incertezza che è direttamente collegata con il nostro modo di percepirci, i nostri ideali, valori, apprendimenti e condizionamenti.
Punto di vista emotivo: senso di terrore, panico e blocco che non permette al soggetto di valutare correttamente la realtà, e quindi di individuare in quella situazione delle possibili alternative.
La comunità scientifica è del parere che tutti vivono il sentimento e la sensazione di ansia, ma non a tutti risulta essere patologico. Prima di valutare l’ansia come patologia è opportuno conoscerla come si fa con una persona nuova che si ha di fronte. Partire dal fatto che essa è una manifestazione degli esseri viventi, in particolare dei mammiferi, specie nell’essere umano incastrato nei condizionamenti e apprendimenti sociali. Purtroppo quest’ultimi hanno una grande incidenza sulle nostre aperture e allarmismi. Una buona terapia sull’ansia parte principalmente dal riconoscere i propri sentimenti/emozioni, successivamente valutare i diversi significati e aspettative che tendiamo ad attribuire al mondo esterno. Quindi anche in questo caso tutto ha inizio con un lavoro o una presa in carico su ciò che pensiamo noi, quello che viviamo e perché lo vogliamo vivere in quel mondo invece di un altro. A livello analitico l’ansia parte da uno stimolo “segnale” intorno al quale si struttura un conflitto, caratterizzato da pulsioni e affetti che vorrebbero essere soddisfatti ma che sono contrastati dai meccanismi di difesa dell’Io, quelli che in parte ci permettono un più o meno adeguato adattamento al mondo esterno. In questo caso le emozioni o gli aspetti pulsionali vengono vissuti come proibitivi e ritenuti pericolosi, minacciano il nostro modo di essere adattivi. In una terapia ad indirizzo psicoanalitico, si lavora all’analisi delle difese che il soggetto ha costruito nel corso della sua esistenza o del suo adattamento, a rendere manifesto ciò che del sé è stato rimosso o represso. L’ansia è un segnale che viene avvertito dall’Io, che crea delle sensazioni di allarmismo e pericolo.

 

L'ansia in ottica psichiatrica e dinamica

In un ottica psichiatrica e dinamica, l’ansia è uno stato naturale che si presenta trasversalmente in tutte le strutture di personalità, ovviamente con incidenze, livelli e condizioni differenti a seconda dei casi. Diventa patologica nel momento in cui compromette o blocca il normale svolgimento delle nostre funzioni. Non sempre poi, questo allarmismo è proprio cosi negativo: teniamo presente che questo sentimento si è evoluto nel corso del tempo dell’uomo e ci ha permesso anche la sopravvivenza. Infatti, alcune volte è il motore necessario per poter partire, affrontare e capire quali sono le nostre difficoltà che si riferiscono sempre alla relazione di due grossi insiemi di significati: da una parte il mondo interno (le nostre interiorizzazioni e aspettative) e la realtà esterna proiettata, e dall’altra parte l’esame di realtà. Nelle forme più patologiche essa si presenta insieme ad altre manifestazioni e condizione psichiche gravi che tendono ovviamente a bloccare il normale svolgimento delle funzioni.

 

Come superare l'ansia

Ci sono vari modo per superare e accettare questa condizione umana, secondo il mio personale parere ci sono diverse strade che si possono intraprendere, sono però tutte in relazione alla capacità del soggetto di poter riflettere personalmente sulle proprie emozione e sui propri stati corporei. Dal mio punto di vista una buona analisi con la sua disciplina, può essere un valido aiuto per iniziare un nuovo modo di vedersi e percepirsi, quindi aprirsi all’esperienza e a vivere in modo diverso le nostre parti più conflittuali riducendo cosi i nostri allarmismi, per imparare a vivere sereni.


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Buon lavoro Paolo.

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