Dott.ssa Laura Dominijanni - Psicologa e Psicoterapeuta Roma

Dott.ssa Laura Dominijanni - Psicologa e Psicoterapeuta Roma

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Dott.ssa Laura Dominijanni Psicologa Psicoterapeuta a Roma

La Dott.ssa Laura Dominijanni è specializzata in psicoterapia ad approccio sistemico-relazionale, dunque esperta nella lettura e gestione della comunicazione all'interno di diversi contesti e relazioni. Dopo aver maturato esperienza formativa e lavorativa in svariati ambiti (scuole, ambulatori privati, centro di salute mentale e altre strutture dalle asl, associazioni), attualmente si occupa di:

  • consulenza psicologica (individuale, di coppia, genitoriale, familiare)
  • psicoterapia adulti(individuale, di coppia e familiare)
  • formazione e supervisione (aree tematiche: disabilità, didattica inclusiva, comunicazione, interventi psicologici a domicilio)
 

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Sono una Psicologa con laurea quinquennale in psicologia clinica e di comunità (conseguita presso La Sapienza di Roma nel 2004) e sono iscritta dal 2007 all’Albo degli psicologi del Lazio (sez. A n. 14701).
 
Focalizzato il mio interesse per le dinamiche familiari, durante il post-lauream proseguo la formazione con un master in mediazione familiare e la specializzazione quadriennale in psicoterapia sistemico-relazionale (Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale del Prof. Luigi Cancrini).
 
Durante gli anni della specializzazione svolgo attività di consulenza e psicoterapia all’interno del centro di terapia familiare Random di Roma e collaboro a lungo con il Dipartimento di Salute Mentale della Asl Rm E (in particolare nella co-conduzione dei gruppi multifamiliari, secondo il modello argentino del Prof. Jorge Garcia Badaracco). In quello stesso periodo arricchisco il mio bagaglio professionale relativo al “disagio mentale grave” attraverso un’esperienza clinica all’interno della comunità psichiatrica di Piazza Urbania (Asl Rm B).
 
Nel 2011 fondo l’Associazione di psicoterapia "In-Verso", con cui promuovo e porto avanti - previa attenta valutazione del caso - interventi di psicoterapia a domicilio, rivolti a persone “bloccate” dentro casa da sintomi fisici e/o psichici.
Sono componente del gruppo di lavoro avviato nel 2015 dall’Ordine Psicologi del Lazio su "Psicologia e interventi domiciliari". Inoltre collaboro con lo stesso Ordine in qualità di blogger, curando la rubrica "Psico-strumenti…di classe!".
 
Ho lavorato a lungo come educatrice al fianco di alunni con disabilità, nel XIV Municipio a Roma. A oggi nelle scuole progetto e implemento interventi di formazione rivolti agli insegnanti, su comunicazione efficace e didattica inclusiva.

Per info e/o appuntamenti:

www.lauradominijanni.it

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Il fiume modella le sponde e le sponde guidano ilfiume”
(Gregory Bateson)

PSICOTERAPIA SISTEMICO RELAZIONALE

“Dr.ssa, ma lei è junghiana o freudiana?!”, è questo l’incipit con cui spesso chi si rivolge al mio studio di Roma cerca di orientarsi, quando non conosce già il mio approccio e modo di lavorare in stanza di terapia. “In realtà, nessuno dei due...” - sono solita rispondere, con un sorriso che apre la strada al coming-out sul mio approccio teorico di riferimento... ?-  ”…sono sistemico-relazionale!”. Segue solitamente silenzio e uno sguardo tra il perplesso e l’incuriosito. Nell’immaginario collettivo, infatti, complice tanta filmografia sull’argomento, esiste principalmente la psicoanalisi di Freud (con tanto di lettino) o la psicologia analitica del suo allievo Jung. Tutto il resto è, per differenza, “psicoterapia non psicoanalitica”. In realtà, le cose non stanno affatto così. Nel tempo si sono andati costruendo e sperimentando numerosi e differenti modelli teorici e di prassi clinica, alcuni dei quali trovano rappresentanza nei professionisti che operano nel centro PsyMed.

Per quanto riguarda l’approccio sistemico-relazionale, che orienta i miei interventi terapeutici (e non di meno quelli formativi), si tratta di un modello che ha già una consolidata storia alle proprie spalle.

 

ORIGINI E CARATTERISTICHE DELL’APPROCCIO SISTEMICO-RELAZIONALE

Questo modello si sviluppò a partire dagli anni ‘50 negli Stati Uniti, grazie al lavoro dell’antropologo statunitense Gregory Bateson (uno dei primi a teorizzare il concetto di soggetto contestuale) e al contributo di altri studiosi (il famoso “gruppo di Palo Alto”) che iniziarono a interessarsi all’osservazione delle famiglie e dei modelli comunicativi che regolano l’interazione dei suoi membri, applicando i concetti della teoria dei sistemi e della cibernetica. Ne derivarono una serie di “assiomi della comunicazione” e idee che permettono di leggere le situazioni problematiche portate non solo dalle famiglie, ma anche dai gruppi in generale, dalle coppie e dai singoli e di intervenire per produrre un cambiamento.

In Italia questo modello si iniziò a diffonde negli anni ‘80, periodo in cui venne utilizzato nei servizi pubblici, in particolare nel trattamento dei disturbi alimentari e delle tossicodipendenze. Successivamente divenne risorsa a disposizione anche di tanti psicoterapeuti che operano privatamente e adoperato con target di utenza sempre più ampi.

Alcune idee di base che orientano l’agire sistemico:

  • I processi mentali non sono parte di una essenza interna, bensì vengono costruiti nell’interazione: l’essere umano non ha bisogno degli altri solo per vivere, crescere e riprodursi, ma anche per pensare e costruire i suoi processi mentali.
  • Il contesto dà significato ai comportamenti, che vanno quindi “inseriti” nella complessità relazionale in cui si manifestano e mantengono.
  • Il sintomo o disagio “del” singolo è in realtà sempre rappresentativo di uno stato di malessere relazionale presente nel contesto in cui si manifesta (es.: coppia, famiglia, classe) e a cui bisogna quindi estendere lo sguardo e, quando possibile, anche l’intervento.
  • Ogni individuo è portatore di una storia, personale e familiare, costruita su peculiari modelli di comunicazione e interazione.

 

La terapia viene dunque definita “sistemica”, perché il malessere della persona viene visto non come problema strettamente individuale, bensì come espressione di disagio di uno dei sistemi di appartenenza (famiglia, coppia, lavoro, amici). Mentre il termine “relazionale” fa riferimento alla considerazione dell’identità individuale come risultato delle dinamiche e delle esperienze relazionali del soggetto nel corso della sua vita.

 

GLI EVENTI CRITICI E IL CAMBIAMENTO

Generalmente chi si rivolge al mio studio di Psicologa a Roma, lo fa in un momento in cui un equilibrio precedente si è incrinato portando a situazioni di sofferenza o disagio, quali: emozioni spiacevoli o dolorose pervasive, malessere o blocco nelle relazioni, confusione. Il disagio, sia esso francamente sintomatico o meno, solitamente insorge in concomitanza o a seguito di cambiamenti che, per essere affrontati in modo evolutivo e quindi non sintomatico, richiedono un’adeguata riorganizzazione, sia a livello individuale che familiare. Sono i cosiddetti eventi critici del ciclo evolutivo della famiglia: matrimonio, nascita del primo figlio, adolescenza, uscita di casa dei figli, separazione, pensionamento, licenziamenti, trasferimenti, malattie, lutti, etc.

Il corrispettivo nel contesto del sistema-scuola potrebbe essere: cambi nella dirigenza, pensionamento degli insegnanti, ingresso di nuovi alunni ad anno scolastico avviato, etc.

Quando questi passaggi non portano con sé quella riorganizzazione necessaria a progredire nel ciclo vitale che segna il percorso di crescita di ogni individuo e sistema, insorgono dei sintomi che possono essere di vario tipo: depressione, ansia, attacchi di panico, disturbi del comportamento alimentare, elevata conflittualità (per esempio di coppia), violenza domestica, difficoltà scolastiche, aggressività incontrollata, etc.

 

L’APPROCCIO SISTEMICO RELAZIONALE IN PSICOTERAPIA

Le persone che arrivano in terapia utilizzano spesso modelli comunicativi e relazionali disfunzionali e ripetitivi e sono portatori di una storia raccontata in modo rigido e a volte “povero”.

L'intervento terapeutico, attraverso un processo di co-costruzione tra terapeuta ed individuo/famiglia e partendo dall’osservazione delle modalità disfunzionali, mira a modificarle, stimolando le risorse familiari e rafforzando sia il funzionamento individuale che quello familiare.

La storia viene “ri-narrata” all’interno del percorso terapeutico, alla ricerca di significati nuovi (a partire dal significato del sintomo portato: quale messaggio comunicativo veicola e quale funzione svolge quindi nel sistema di appartenenza?) che sblocchino il percorso evolutivo, restituendo alle tre dimensioni temporali di passato, presente e futuro un miglior equilibrio.

Nella pratica clinica questo vuol dire dare spazio alla storia (della persona, della coppia e della famiglia), ma anche al “qui ed ora” delle relazioni, lavorando sulle connessioni presenti tra questi due livelli.

Tentando una estrema sintesi e generalizzazione, potrei dire che l’obiettivo dei miei interventi (siano essi clinici o formativi) è di aiutare le persone a mobilitare le proprie risorse per:

  • vivere in modo più sano, sereno e ricco le proprie relazioni (di coppia, familiari, di lavoro)
  • liberarsi, quando possibile, dal sintomo portato
  • proporsi in modo pro-attivo ed efficace nei propri contesti (es: insegnati con classi/bambini “difficili”)
  • trovare nuovi equilibri all’interno di organizzazioni familiari cambiate (es: separazione coniugale, uscita di casa dei figli)

In altre parole, l’obiettivo ultimo è consentire al sistema e ai suoi membri di riprendere il percorso evolutivo bloccato, progredire nella propria storia, grazie al “traghettamento” offerto dalla terapia.

PSICOLOGO SISTEMICO-RELAZIONALE A ROMA

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Martedì, 02 Ottobre 2018 17:11

S.O.S. Bullismo

Se è vero che con la riapertura della scuola genitori e insegnanti possono trovarsi di fronte a qualche (ci si augura piacevole o utile!) novità, è altrettanto vero che, ahimè, con grande probabilità dovranno riprendere in mano "vecchie questioni”, tra cui il famigerato bullismo. Ecco allora che ci si chiede “che fare?!”: sento spesso gli insegnanti dire di desiderare una mano per evitare che il fenomeno prenda piede nelle proprie classi o per disinnescare una dinamica già avviata, così come i genitori preoccupati che il proprio figlio possa esserne vittima. A tal proposito, è interessante notare come difficilmente si guardi al proprio figlio immaginandolo possibile autore di bullismo…La funzione di protezione sembra mettere in ombra a volte quella educativa, entrambe in realtà fondamentali nella cura e crescita dei bambini. Eppure, come vedremo in seguito, il bullo ha un suo “profilo” e attraverso gli atti di prevaricazione esprime dei bisogni e un disagio che vanno adeguatamente letti per intervenire efficacemente, a vantaggio di tutti. Ma andiamo con ordine, partendo dall’inquadramento e descrizione del fenomeno.

Origine, (con)cause e caratteristiche del fenomeno del bullismo

Innanzitutto, nonostante se ne faccia un gran parlare negli ultimi anni, c’è da dire che il bullismo non è un fenomeno recente: non è facile stabilire da quanto tempo esista esattamente, certo è che ha assunto una sua identità e quindi riconoscibilità già a partire dagli anni ’70, grazie agli studi pionieristici di Olweus, arrivando poi all’attenzione degli studiosi italiani a fine anni ’90.

Come in ogni fenomeno complesso, non è possibile individuare un’unica e definita causa del bullismo secondo l’ormai obsoleto modello lineare, al contrario sono individuabili diverse variabili che giocano il ruolo di concausa all’interno di un modello appunto multifattoriale e circolare. Tra gli elementi di “fragilità psico-sociale” che possono giocare appunto un ruolo nel sostenere oggi il fenomeno, segnalerei il sempre maggiore spazio dato alle logiche di potere nei diversi contesti sociali e l’indebolimento della funzione educativa della scuola e della famiglia. Il contesto tra pari diventa allora il terreno in cui giocare in modo aggressivo alcuni bisogni disattesi. Altro fattore di rischio (tanto per il bullo quanto per la vittima), può essere crescere in un ambiente dove c’è violenza domestica, ossia esposti a un modello relazionale regolato sul (abuso di) potere, con dinamiche vittima-carnefice.

Internet, poi, come sappiamo può essere un’ulteriore e pericolosa arma a portata di mano: il cyberbullismo si serve dell’anonimato e della vetrina virtuale per colpire in modo subdolo e doloroso la vittima, diffamarla, escluderla: si lancia la pietra e si nasconde la mano (dietro un profilo virtuale, appunto), si “lapida” la persona con la convinzione/scusante che non sarà quella singola pietra a ucciderla e invece… Dobbiamo purtroppo fare i conti con questa nuova e insidiosa forma di bullismo che va ad affiancarsi a quello diretto (con aggressioni fisiche o verbali) e a quello indiretto (pettegolezzi ed esclusione, agite nei contesti scolastici).

 

Il bullo e la sua vittima: come riconoscerli?

Per quanto riguarda le vittime di bullismo, si tratta solitamente di ragazzi ansiosi, insicuri, con scarsa autostima, isolati in classe. A volte sono portatori di una “differenza” che li rende in un certo senso più facilmente attaccabili (per esempio: omosessualità, sovrappeso, scarse abilità sociali o intellettive, stile non alla moda).

Come sappiamo, capita spesso che insegnanti e genitori non si accorgano di quanto accade quasi sotto il proprio naso...perchè?! Beh, diciamo che riconoscere la vittima di bullismo può non essere semplice ad un primo sguardo in quanto (ed è questo ciò su cui fa leva il bullo e che mantiene attivo il circuito), vinta dal senso di vergogna e dalla paura tenderà a nascondere le vessazioni subite. Può essere utile allora prestare attenzione ad altri segnali, sebbene aspecifici: bambini e adolescenti comunicano  molto attraverso il canale non verbale (comportamenti e corpo) piuttosto che con le parole, per cui potrebbero comparire insoliti atteggiamenti di ritiro, somatizzazioni, disturbi nelle condotte alimentari.

Per quanto riguarda invece l’autore di bullismo, c’è da dire che l’immagine del bullo con bassa autostima e contesto familiare di provenienza problematico è stata smentita da studi più recenti: è in genere un ragazzo con elevata autostima, bassa tolleranza alle frustrazioni, spesso viziato dai genitori. Attraverso il suo comportamento aggressivo, il bullo esprime il proprio bisogno di potere e dominio sugli altri: è alla ricerca di popolarità, rispetto e consenso nel gruppo. In altre parole, si sente un leader, ma non lo è affatto, poiché gli mancano le caratteristiche base per esercitare una vera e sana leadership: empatia, capacità di coinvolgimento e valorizzazione degli altri, senso della comunità. Il suo comportamento sembra pertanto parlare di una fragilità (intesa come “mancanza di”), ma non di insicurezza.

Mi sembra interessante segnalare, inoltre, che non è da escludere il viraggio da vittima a bullo: in alcuni casi, cioè, un ragazzo bullizzato diventa successivamente bullo, per via di un processo psicologico noto come “identificazione con l’aggressore”, cosa che gli permette anche una difesa da future aggressioni.

Altro elemento interessante: non sembrano esistere grandi differenze tra maschi e femmine in termini di incidenza del fenomeno, bensì solo nelle modalità. Poichè l’aggressività femminile tende ad esprimersi prevalentemente attraverso comportamenti verbali, le bulle puntano a danneggiare la vittima nelle sue relazioni sociali attraverso l’isolamento, il pettegolezzo, la critica. Ma alcuni recenti fatti di cronaca, sembrano dire che alla regola c’è l’eccezione, o forse addirittura una nuova realtà: anche le ragazze possono esercitare il cosiddetto bullismo diretto, con violenza fisica. 

 

Che fare? Indicazioni per genitori e insegnanti.

Vediamo tre indicazioni che, esplorando per così dire il problema da monte a valle, possono aiutare a gestirlo:

  • Fare prevenzione nelle scuole

La si può fare sia attraverso laboratori e progetti a tema (che possano offrire sostegno e formazione agli insegnanti, ma anche lavorare con i ragazzi) sia a più ampio spettro facendo educazione emozionale, utilizzando metodi educativi cooperativi ed empatici. La figura dello psicologo è una preziosa risorsa nella progettazione e/o coordinamento di queste attività.

  • Non sottovalutare episodi di violenza o scherno

A volte, sia i genitori che gli insegnanti possono essere tentati di leggere come “semplice ragazzata” qualcosa che merita invece una diversa attenzione, mentre è importante intervenire precocemente per evitare che si strutturi una vera e propria dinamica di bullismo. 

  • Assunzione di responsabilità e diretto intervento

Nel momento in cui gli atti di bullismo vengono a galla è importante che siano riconosciuti come tali e che ci sia una risposta sinergica e coerente da parte di genitori e insegnanti. Negare o sminuire l’accaduto, è assai dannoso. I bambini, e ancor di più gli adolescenti, hanno bisogno di adulti responsabili e di riferimento, capaci di “tenere” e rispondere ai propri comportamenti aggressivi o di sofferenza, se necessario proteggere e guidare. L’adulto delegante o spaventato non solo non aiuta i ragazzi nel loro percorso di crescita ma li danneggia.

 

Il contributo della psicologia e della psicoterapia

Come abbiamo già accennato, la psicologia ha diversi strumenti da mettere in campo nella prevenzione del bullismo, nonché nel sostegno dei diversi attori coinvolti nel fenomeno: la scuola, le famiglie e i ragazzi ne hanno tanto bisogno!

Ci sono poi gli strumenti di cura propri della psicoterapia, che possono essere rivolti a:

  • VITTIMA

la psicoterapia può offrirle uno spazio di ascolto e accoglienza del disagio utile a trovare la forza per uscire dal ruolo passivo che alimenta il circuito. Spesso arrivano in terapia giovani adulti che hanno subito segretamente atti di bullismo durante gli anni scolastici, in questo caso la narrazione e revisione della propria storia può aiutare ad elaborare i propri vissuti dolorosi e a trovare chiavi di volta per uscire da situazioni di analoga passività nel presente. 

  • BULLO

E’raro che il bullo arrivi in terapia nel periodo scolastico, forte del suo “successo” tra i pari. Può accadere invece dopo, quando, finita la scuola, la sua popolarità sfuma e lo stigma sociale per le condotte aggressive diventa più forte. Il lavoro si concentrerà sulle sue abilità sociali, autostima etc.

  • GENITORI

Non di rado mi capita di avere in terapia dei genitori di ragazzi bulli o bullizzati: in questo caso lavoro a sostenere la loro spesso fragile capacità di corretto e pronto intervento nei confronti dei figli.

 

Vuoi darmi qualche feedback o avere chiarimenti sull'argomento? Contattami, sarò felice di risponderti.

 

Lunedì, 12 Marzo 2018 22:40

Paura del futuro

Viviamo in un’epoca storica in cui tutto sembra instabile. Scorrendo i titoli dei giornali o ascoltando la tv, in associazione alla parola “futuro” ricorrono frequentemente termini come “precarietà” e “incertezza”. Scarseggiano le risorse finanziarie e quella ambientali…Il futuro si tinge di colori poco rassicuranti e di una forma indefinita.

 

PAURA DEL FUTURO O DEL PRESENTE?

Questo quadro contestuale va spesso in risonanza con aspetti di vulnerabilità individuali, dando forma a quella che viene poi riconosciuta e portata in terapia come “paura del futuro”.

Mi sento spesso dire frasi del tipo: “ho paura di non farcela”, “temo che le cose possano cambiare all’improvviso”, “tra un pò avrò 50 anni e i figli ancora adolescenti…se perdo il lavoro come faccio?”, “dopo la separazione troverò mai un’altra persona o rimarrò sola? Sarà un’altra relazione insoddisfacente?”, “come posso impegnarmi in una convivenza se non ho un lavoro stabile?”, etc.

 

COS’È LA PAURA DEL FUTURO 

La paura è un’emozione di base che ci accomuna agli animali e che svolge la vitale funzione di metterci in guardia rispetto a possibili minacce. Diversamente da quanto accade per loro, però, noi uomini, in virtù della nostra capacità simbolica e di pensiero, siamo in grado di attivare questa risposta anche di fronte a stimoli non presenti nel qui e ora: situazioni immaginate, cui attribuiamo un determinato significato, possono innescare l’emozione della paura e le conseguenti reazioni comportamentali dell’evitamento o paralisi.

In altre parole, pensare e immaginare che in futuro possa accadere qualcosa che ci potrebbe mettere in (più o meno seria) difficoltà, attiva da subito l’emozione della paura che ci porta ad evitare la situazione o a rimanere “fermi”.  

 

LA DIMENSIONE DEL FUTURO

Ci troviamo così nella paradossale situazione di non vivere a pieno il presente, in attesa di un futuro che, quando arriva, è comunque il nostro nuovo presente! E, probabilmente, a quel punto ci sarà un altro futuro da temere…

Sant’Agostino diceva che esiste un unico tempo: il presente. Intendeva dire che è quello il tempo in cui viviamo, l’unico che possiamo percepire attraverso i sensi, l’unico su cui possiamo agire in modo diretto. Non viviamo nel futuro. Non viviamo nel passato.

Questo non significa che passato e futuro non siano dimensioni importanti, anzi, ma vanno guardate con lenti diverse, in funzione del “potere” trasformativo che permettono di avere sul presente.  Il passato è la nostra storia, che diventa “presente” ogni qual volta la pensiamo o ci connettiamo emotivamente ad essa attraverso dei rimandi nel qui ed ora. Credo che il passato sia per ciascuno un tesoro da proteggere (nonostante contenga, quasi inevitabilmente, anche ricordi dolorosi) un libro dalla trama apparentemente nota ma in realtà sempre da leggere e rileggere, alla ricerca di nuovi significati, utilizzabili per costruire un presente più consapevole, ricco e sano. Il futuro, invece, è il nostro motore, la nostra direzione: ci muoviamo nel presente grazie alla forza propulsiva di ciò che ci immaginiamo di poter raggiungere, di ciò che vorremmo, che ci motiva e guida. D’altra parte, però, non va dimenticato che, come recita un noto aforisma, il viaggio non è la meta ma il percorso…tradotto potremmo dire: la vita non è futuro ma presente!

 

SUPERARE LA PAURA PER IL FUTURO: VIVERE NEL PRESENTE

Spesso, come dicevo, ci sono aspetti individuali di vulnerabilità che fanno da cassa di risonanza ad aspetti contestuali, alla paura del futuro che serpeggia nella società. Da un punto di vista psicologico, chi focalizza la propria attenzione sulla paura di possibili situazioni future effettua uno spostamento: la paura del futuro nasconde la paura del presente! Così come la paura di morire può essere riletta come paura di vivere.

Non è un caso, infatti, che il “sintomo” della paura faccia capolino spesso in momenti di passaggio, quando si presentano delle situazioni che mettono la persona di fronte alla possibilità reale di affrontare dei cambiamenti nel presente.

Spostare nuovamente l’attenzione sul qui e ora è un po' come accendere la luce in una stanza buia che si sente popolata da fantasmi: o svaniranno o appariranno per quello che sono veramente. E si sa che è più sostenibile (nonostante possa essere faticoso) lottare contro qualcuno di reale piuttosto che contro un fantasma…

E’ quello che avviene in terapia: i fantasmi del passato o del futuro vengono richiamati, guardati alla luce della relazione terapeutica e del presente, su cui è possibile lavorare.  

Parlando dell’ennesima discussione con il proprio compagno, una paziente (figlia di una madre con importanti disturbi psichici) si lascia scappare la seguente frase: “a volte penso che diventerò come mia madre…forse non sono fatta per le relazioni di coppia”. Aver richiamato in stanza il fantasma dell’ereditarietà della malattia mentale, di un destino che sembra legare passato e futuro tracciando una linea immutabile, dà la possibilità di guardare in faccia la “vera” paura e lavorarci: poter scrivere un presente nuovo rispetto alla trama familiare, differenziarsi e autorizzarsi a vivere una vita più ricca e sana richiede coraggio, confrontarsi con il senso di colpa, per esempio… Ora che ci siamo riposizionati, spostato lo sguardo sul presente e sentito le emozioni del qui ed ora, possiamo ripartire da questo punto: lavorare sulla paura del futuro passando attraverso il presente. Cosa succede se ascolto la paura o la angoscia che mi produce immaginarmi capace di vivere una vita piena, più appagante di quella di mia madre? Posso permettermelo? Cosa immagino che produca come effetto, su di me e sugli altri?   

In una società in cui tutto corre veloce e in cui sembra necessario avere sempre la risposta giusta o prendere la decisione adeguata, la paura del futuro propone un cambio di marcia, segnala il bisogno di fermarsi, o quanto meno di rallentare un po'. E’ necessario darsi il tempo per accogliere la propria emozione, guardarla in faccia, condividerla ed elaborarla.  Questo è ciò che avviene, per esempio, in terapia, un percorso che, come il futuro, si costruisce un passo alla volta, utilizzando le infinite risorse del qui ed ora.

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Cosa è la Mediazione Familiare?

La mediazione familiare è un intervento professionale di cui può usufruire la coppia separata o in via di separazione, qualora espliciti il bisogno di un tempo e di uno spazio appositi per pensare alla riorganizzazione familiare. Durante il percorso, i partner sono incoraggiati e guidati dal mediatore -terzo neutrale- ad elaborare gli accordi che meglio soddisfino i bisogni di tutti i membri della famiglia, con particolare riguardo all’interesse dei figli. L’obiettivo dell’intervento è dunque molto concreto: la messa a punto di un progetto di riorganizzazione delle relazioni genitoriali e degli aspetti materiali dopo la separazione o il divorzio. Gli accordi presi in sede di mediazione dovranno poi essere presentati al giudice per la ratifica ufficiale necessaria.
La Mediazione Familiare si propone quindi come una nuova e specifica risorsa volta a sostenere i genitori in conflitto durante la fase della separazione e del divorzio. Non a caso, nasce e si sviluppa in un contesto storico-sociale nel quale la co-genitorialità rappresenta un ideale da raggiungere, e la giurisprudenza (legge 54/2006) stabilisce l’affido condiviso come modalità elettiva di affidamento, dando al giudice il compito di valutarla prioritariamente.

Relativamente agli aspetti relazionali, i temi più frequentemente discussi sono:
l’affidamento dei figli, l’analisi dei bisogni di genitori e figli, la continuità genitoriale, il calendario delle visite del genitore non affidatario, le vacanze, la regolazione dei tempi e dei modi di frequentazione tra i figli e i componenti delle famiglie d’origine, le scelte educative, la comunicazione della separazione ai figli, la comunicazione tra i genitori, la relazione con gli eventuali nuovi compagni dei genitori, problematiche legate alla famiglia ricostituita, ecc….

Rispetto alle questioni economiche, invece, risultano oggetto di negoziazione tematiche quali:
l’assunzione degli impegni economici per i figli, la determinazione dell’assegno di mantenimento a favore del partner, l’assegnazione della casa coniugale, la divisione dei beni comuni, ecc….

E’ importante sottolineare che, in ogni caso, è la coppia che sceglie le problematiche da negoziare e gli accordi. In altre parole, il mediatore è responsabile del processo che dirige, ma non dei suoi contenuti, in quanto l’obiettivo più importante è che i due ex-coniugi si riapproprino delle proprie competenze genitoriali e decisionali, senza deleghe. Solo così gli accordi presi avranno la possibilità di resistere alla prova del tempo, in quanto realmente condivisi. Troppe, e troppo dolorose per tutti gli attori coinvolti, le storie di separazioni giudiziali, o consensuali che – poggiando su una conflittualità sottovalutata- non reggono la prova del tempo e il confronto con la realtà.
Vorrei invitare a riflettere sui vantaggi che, invece, possono derivare dal seguire un percorso di mediazione familiare. Innanzitutto a livello individuale:
1. maggior stima di sé e dell'altro
2. espressione delle emozioni ed elaborazione del lutto della separazione
3. ridefinizione della propria identità personale
4. analisi delle conseguenze personali derivanti dalla separazione.
Inoltre, a livello relazionale:
1. miglioramento delle capacità comunicative al di là del conflitto
2. riconoscimento dei bisogni di genitori e figli
3. continuità genitoriale e responsabilizzazione del reciproco ruolo genitoriale
4. possibilità di elaborare gli accordi autonomamente (senza deleghe all’autorità giudiziaria) e in modo paritario (senza imposizioni del genitore economicamente o emotivamente più forte).
Infine c’è l’importante e inestimabile vantaggio di vedere tempi e costi (economici ed emotivi) ridotti rispetto alle lunghe e dolorose controversie giudiziarie.

Inoltre, una mediazione ben riuscita svolge anche una funzione preventiva rispetto a future conflittualità, in quanto si propone come luogo di acquisizione, potenziamento e sperimentazione delle capacità negoziali della coppia: quando emergeranno esigenze e circostanze diverse da quelle iniziali (il che è inevitabile, dato che anche il ciclo di vita della famiglia separata va avanti), i due ex-partner saranno in grado di trovare nuove soluzioni autonomamente, con flessibilità.
Un’ultima riflessione riguarda la tangenzialità della mediazione familiare rispetto ad altri tipi di intervento, da cui peraltro si distingue per una serie di importanti aspetti. In particolare, la mediazione
1) non è una terapia
in quanto è centrata sul presente e sul futuro piuttosto che sul passato, sebbene utilizzi alcune competenze e strategie proprie del setting clinico. Inoltre, è un intervento molto strutturato, circoscritto nel tempo (in genere si articola in 8-10 sedute) e con obiettivi pre-definiti (il raggiungimento di accordi specifici, elencati nel “contratto di mediazione” sottoscritto dal mediatore e dai due partner prima di aprire la fase negoziale).
2) non è una consulenza tecnica
in quanto non si pone l’obiettivo di fornire al giudice informazioni sui rapporti esistenti tra il minore e i genitori, né di definire quale sia il migliore genitore affidatario, per cui non produce diagnosi sulle figure genitoriali, né di tipo psichiatrico, né psicopatologico, né relazionale. In altre parole, manca nella mediazione l’aspetto valutativo-diagnostico;
3) non è una consulenza psicologica, né legale
in quanto il mediatore non elargisce consigli, bensì stimola e guida i due partner alla ricerca di opzioni e soluzioni adeguate.

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“La separazione non è tanto un’opera e un lavoro individuale,
quanto piuttosto un’impresa di coppia.
Come insieme le persone si sono legate,
così insieme hanno il compito di separarsi” (V. Cigoli)

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